Banner sfondo 1600 AGATA

11074093 10203980130520383 5110746441385513975 nMOLFETTA. Pubblichiamo di seguito un interessante intervento sui molfettesi d'Argentina di Sergio Ragno, per conto dell'Associazione Eredi della Storia, Fondazione ANMIG e ANCR.

Qualche tempo addietro su un muro si leggeva una riflessione, scritta da un  writer: “Un albero secolare è tale per le sue profonde radici. L’uomo è immortale quando il ceppo delle sue radici si nutre di memoria, di storia”. Si può partire da questa riflessione per menzionare la signora Fernanda Ciccolella, argentina ma oriunda molfettese, quarantenne nipote di emigranti molfettesi.

L’Associazione Eredi della Storia per documentarsi è partita dal volume: “Argentina mia terra promessa” scritto da Marika De Meo, Nicola Di Nanna, Leonardo Angelini. La narrazione evidenzia l’orgoglio gioioso, le emozioni, i ricordi indelebili, costantemente vivi nella memoria, che si nutrono del senso dell’appartenenza a quella Molfetta così lontana, eppure sempre nel cuore. I ricordi della signora Fernanda Ciccolella scorrono lungo i racconti dei suoi antenati, umili ma ricchi di speranza, partiti alla ricerca  di terre nuove per assicurarsi una vita dignitosa, un avvenire virtuoso per i figli, ciò che Molfetta a quel tempo non poteva offrire. Per emigrare la stagione della raccolta delle olive era il momento favorevole, permetteva di poter acquistare i biglietti, anche di terza classe, per viaggiare su navi mercantili. Famiglie intere, numerose, con bambini piccoli, si avventuravano e affrontavano le tempeste dell’Oceano Atlantico per oltre un mese di navigazione, con limitate comodità, in stive allestite come dormitori di fortuna. Si arrivava alla meta spossati ma ricchi d’intraprendenza, di creatività, con la voglia di darsi da fare, di lavorare. Sono i molfettesi che agli inizi del Novecento hanno contribuito allo sviluppo sociale, economico e produttivo dell’Argentina.

La più grande concentrazione di emigranti si era stabilita a Buenos Aires. All’inizio trovare un lavoro decoroso era problematico, l’unica alternativa era accettare il lavoro duro dello scaricatore di carbone nel porto di Buenos Aires, vivendo nelle baracche. La stragrande maggioranza era formata da giovani di età compresa tra i diciotto e i trenta anni; si doveva lavorare, cucinare, badare alle faccende domestiche. Avvenivano infortuni anche mortali sul lavoro, senza risarcimento. Mogli rimaste vedove, con figli piccoli, spesso non avevano più notizie del proprio congiunto, dei resti mortali si perdevano le tracce. Tante storie che s’intrecciano tra loro e che fanno emergere la drammatica epopea dell’emigrazione dell’inizio Novecento. Oggi a Buenos Aires si parla molto l’italiano.

L’Argentina attualmente vanta una popolazione con la più alta percentuale di origine italica, che ha contribuito alla costruzione di scuole, ospedali, strade, cinema, teatri nonché allo sviluppo dell’agricoltura, della cultura, della tecnologia. Sono rimaste salde però le tradizioni della terra madre, non si rinuncia al cibo, alla lingua dialettale con cui si comunica nelle famiglie. Quando la nostalgia di ritornare a casa, lo sconforto, il pianto prendeva il sopravvento nella famiglia Ciccolella ci si incoraggiava a vicenda illudendosi con una frase: “Anche qui stiamo vicino al mare, sembra Molfetta”, trovandosi invece sulle rive del fiume Riachuelo, vicino al quartiere la Boca. Oggi la famiglia della signora Fernanda si è pienamente integrata nel tessuto sociale argentino, in quella terra promessa in cui padri e nonni avevano creduto  e  hanno visto realizzare i loro sogni. L’Argentina è divenuta la loro Patria, la loro vita. C’è da aggiungere che la signora Fernanda grazie alla cultura italiana e a quella argentina ha acquisito una ibridazione multiculturale. Madre di un bambino di nove anni, cerca di recuperare le tradizioni molfettesi per trasmetterle alle nuove generazioni. Tra queste la celebrazione della Madonna dei Martiri, festeggiata come avviene a Molfetta. Ultimamente ha un obiettivo: realizzare un lungometraggio in modo da legare il passato al presente, preservando l’identità e le radici culturali molfettesi a Buenos Aires. Fernanda è una professionista di grafica, si occupa di cinema e documentari. Per aver prodotto un documentario sul quartiere, “Città occulta” - eclissato durante la dittatura militare argentina affinché i turisti non ne vedessero le miserie - Fernanda è stata menzionata al Festival Nazionale del Cinema di Villa Carlos Paz. Molfetta per rendere onore a questi suoi figli  ha voluto intitolare una strada:  via Molfettesi d’Argentina, nella zona 167.

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna


11074093 10203980130520383 5110746441385513975 nMOLFETTA. Pubblichiamo di seguito un interessante intervento sui molfettesi d'Argentina di Sergio Ragno, per conto dell'Associazione Eredi della Storia, Fondazione ANMIG e ANCR.

Qualche tempo addietro su un muro si leggeva una riflessione, scritta da un  writer: “Un albero secolare è tale per le sue profonde radici. L’uomo è immortale quando il ceppo delle sue radici si nutre di memoria, di storia”. Si può partire da questa riflessione per menzionare la signora Fernanda Ciccolella, argentina ma oriunda molfettese, quarantenne nipote di emigranti molfettesi.

L’Associazione Eredi della Storia per documentarsi è partita dal volume: “Argentina mia terra promessa” scritto da Marika De Meo, Nicola Di Nanna, Leonardo Angelini. La narrazione evidenzia l’orgoglio gioioso, le emozioni, i ricordi indelebili, costantemente vivi nella memoria, che si nutrono del senso dell’appartenenza a quella Molfetta così lontana, eppure sempre nel cuore. I ricordi della signora Fernanda Ciccolella scorrono lungo i racconti dei suoi antenati, umili ma ricchi di speranza, partiti alla ricerca  di terre nuove per assicurarsi una vita dignitosa, un avvenire virtuoso per i figli, ciò che Molfetta a quel tempo non poteva offrire. Per emigrare la stagione della raccolta delle olive era il momento favorevole, permetteva di poter acquistare i biglietti, anche di terza classe, per viaggiare su navi mercantili. Famiglie intere, numerose, con bambini piccoli, si avventuravano e affrontavano le tempeste dell’Oceano Atlantico per oltre un mese di navigazione, con limitate comodità, in stive allestite come dormitori di fortuna. Si arrivava alla meta spossati ma ricchi d’intraprendenza, di creatività, con la voglia di darsi da fare, di lavorare. Sono i molfettesi che agli inizi del Novecento hanno contribuito allo sviluppo sociale, economico e produttivo dell’Argentina.

La più grande concentrazione di emigranti si era stabilita a Buenos Aires. All’inizio trovare un lavoro decoroso era problematico, l’unica alternativa era accettare il lavoro duro dello scaricatore di carbone nel porto di Buenos Aires, vivendo nelle baracche. La stragrande maggioranza era formata da giovani di età compresa tra i diciotto e i trenta anni; si doveva lavorare, cucinare, badare alle faccende domestiche. Avvenivano infortuni anche mortali sul lavoro, senza risarcimento. Mogli rimaste vedove, con figli piccoli, spesso non avevano più notizie del proprio congiunto, dei resti mortali si perdevano le tracce. Tante storie che s’intrecciano tra loro e che fanno emergere la drammatica epopea dell’emigrazione dell’inizio Novecento. Oggi a Buenos Aires si parla molto l’italiano.

L’Argentina attualmente vanta una popolazione con la più alta percentuale di origine italica, che ha contribuito alla costruzione di scuole, ospedali, strade, cinema, teatri nonché allo sviluppo dell’agricoltura, della cultura, della tecnologia. Sono rimaste salde però le tradizioni della terra madre, non si rinuncia al cibo, alla lingua dialettale con cui si comunica nelle famiglie. Quando la nostalgia di ritornare a casa, lo sconforto, il pianto prendeva il sopravvento nella famiglia Ciccolella ci si incoraggiava a vicenda illudendosi con una frase: “Anche qui stiamo vicino al mare, sembra Molfetta”, trovandosi invece sulle rive del fiume Riachuelo, vicino al quartiere la Boca. Oggi la famiglia della signora Fernanda si è pienamente integrata nel tessuto sociale argentino, in quella terra promessa in cui padri e nonni avevano creduto  e  hanno visto realizzare i loro sogni. L’Argentina è divenuta la loro Patria, la loro vita. C’è da aggiungere che la signora Fernanda grazie alla cultura italiana e a quella argentina ha acquisito una ibridazione multiculturale. Madre di un bambino di nove anni, cerca di recuperare le tradizioni molfettesi per trasmetterle alle nuove generazioni. Tra queste la celebrazione della Madonna dei Martiri, festeggiata come avviene a Molfetta. Ultimamente ha un obiettivo: realizzare un lungometraggio in modo da legare il passato al presente, preservando l’identità e le radici culturali molfettesi a Buenos Aires. Fernanda è una professionista di grafica, si occupa di cinema e documentari. Per aver prodotto un documentario sul quartiere, “Città occulta” - eclissato durante la dittatura militare argentina affinché i turisti non ne vedessero le miserie - Fernanda è stata menzionata al Festival Nazionale del Cinema di Villa Carlos Paz. Molfetta per rendere onore a questi suoi figli  ha voluto intitolare una strada:  via Molfettesi d’Argentina, nella zona 167.

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

WEB TV

WEBtv