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Scan ausiliarie rep socialeMOLFETTA - La vicinanza alle donne delle associazioni Eredi della Storia, Fondazione A.N.M.I.G. ed Istituto Nazionale del Nastro Azzurro di Molfetta nella giornata contro la violenza di genere.  

 

Le associazioni: Fondazione A.N.M.I.G., Eredi della Storia e Istituto Nazionale del Nastro Azzurro (sez di Molfetta) si associano e sostengono la giornata contro la violenza sulla donna. Dai diari di guerra ritrovati:  “Ma se la storia non è completa, che storia è? Non sono veri storici quelli che guardano al passato con gli occhiali della faziosità politica, della reticenza, del silenzio di comodo …. pretendono di negare quanto invece è accaduto! Non sempre i “giusti” si comportano da giusti … al punto di assomigliare ai nemici che hanno sconfitto!”

Ricordiamo quelle donne molfettesi che furono violentate dagli angloamericani durante la seconda guerra mondiale ed i figli che restarono orfani, figli di nessuno, i quali furono lasciati presso l’istituto delle “monacelle” in via San Pietro. Le loro madri, molte, furono costrette ad emigrare, per la vergogna delle violenze subite, oppure condannate ad una vita di stenti, emarginate ed allontanate anche da parenti ed amici (si veda l’articolo de “il Fatto”: http://www.eredidellastoria.it/Articoli/mar2013_22bis.html).

Numerosi documenti sono stati lasciati presso la nostra associazione, testimonianze orali di conoscenti, di amici ed amiche pentite per la propria indifferenza e tormentati dai sensi di colpa. Ma la nostra raccolta di memoriali e testimonianze è limitata ad un breve periodo di tempo , il NOVECENTO, e sino ai giorni nostri, dove è evidente che non solo in circostanze eccezionali , come la guerra, la violenza sulle donne potrebbe desumersi scontata, ma anche in situazioni di assenza di eventi bellici e quindi in periodi di pace, la violenza sul genere femminile continua imperterrita a mietere vittime.    

La violenza di genere non consiste solo nell’aggressione fisica di un uomo contro una donna, ma include le vessazioni psicologiche, i ricatti economici, le minacce, le varie forme di violenza sessuale, le persecuzioni. Compiute da un uomo contro una donna in quanto donna. A volte sfocia nella sua forma più estrema, il femminicidio o, in molti casi, uxoricidio nel senso di uccisione della moglie. Si tratta di una violenza diffusa in tutto il mondo, legata alla strutturale disparità sociale, economica e di potere tra uomini e donne, dettata da un atteggiamento culturale prettamente patriarcale.

In Italia, si continua a considerare la violenza contro le donne una questione di ordine pubblico o causa di “allarme sociale” invece che un problema culturale e di tutela della persona vittima. E in Italia non abbiamo ancora un sistema di interventi organici contro la violenza di genere: occorrono interventi organici tra soggetti istituzionali e centri antiviolenza, un buon lavoro di rete e di sostegno alle vittime, interventi di sensibilizzazione nelle scuole e università. Se il problema è culturale, ed è tale, senza alcun dubbio, occorre partire dai luoghi di cultura.

Un altro dei problemi che il decreto non ha mostrato di risolvere è la inadeguata formazione e la mancanza di personale dedicato per i casi di violenza familiare (forze dell’ordine e tribunali) che non permette la capacità di distinguere tra situazioni di conflitto di coppia e di violenza. In Puglia, i Tribunali hanno complessivamente 800 denunce di violenza su 1200 in un anno e l’invio di situazioni di violenza alla mediazione familiare con conseguente vittimizzazione secondaria della donna che aveva subito o denunciato violenze.

Il decreto legge contro il femminicidio interviene solo sul piano repressivo che resta un piano di intervento talvolta necessario per bloccare gli autori di violenze ma insufficiente per affrontare il fenomeno in tutta la sua complessità. Indice di tale insufficienza è la mancanza di ogni riferimento riguardo alla presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti. Da questo punto di vista, è importante l’analisi delle cause del comportamento violento dell’uomo contro la donna: in molti casi, la causa dev’essere ricercata nel vissuto personale dell’abusante, nel modello educativo impartitogli o appreso nel corso delle esperienze personali, nella mancanza o scarsa educazione sentimentale.

Spesso gli uomini che hanno commesso violenze non hanno alcuno spazio di ascolto che possa, in certi casi almeno, essere per loro sufficiente a interrompere quello che tecnicamente viene chiamato “agito violento”. Non è semplice ma è stato osservato come molti uomini si impegnino riuscendo a trovare delle modalità comunicative più funzionali che non implichino l’uso della forza. La differenza la fa semplicemente il volerlo, la motivazione. Sono parecchi gli uomini che riconoscono il problema e chiedono aiuto in proposito. Certamente, non esiste alcuna formula magica: il lavoro da fare  è impegnativo e faticoso, ma può dare dei risultati e il maltrattamento può interrompersi.

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Le associazioni: Fondazione A.N.M.I.G., Eredi della Storia e Istituto Nazionale del Nastro Azzurro (sez di Molfetta) si associano e sostengono la giornata contro la violenza sulla donna. Dai diari di guerra ritrovati:  “Ma se la storia non è completa, che storia è? Non sono veri storici quelli che guardano al passato con gli occhiali della faziosità politica, della reticenza, del silenzio di comodo …. pretendono di negare quanto invece è accaduto! Non sempre i “giusti” si comportano da giusti … al punto di assomigliare ai nemici che hanno sconfitto!”

Ricordiamo quelle donne molfettesi che furono violentate dagli angloamericani durante la seconda guerra mondiale ed i figli che restarono orfani, figli di nessuno, i quali furono lasciati presso l’istituto delle “monacelle” in via San Pietro. Le loro madri, molte, furono costrette ad emigrare, per la vergogna delle violenze subite, oppure condannate ad una vita di stenti, emarginate ed allontanate anche da parenti ed amici (si veda l’articolo de “il Fatto”: http://www.eredidellastoria.it/Articoli/mar2013_22bis.html).

Numerosi documenti sono stati lasciati presso la nostra associazione, testimonianze orali di conoscenti, di amici ed amiche pentite per la propria indifferenza e tormentati dai sensi di colpa. Ma la nostra raccolta di memoriali e testimonianze è limitata ad un breve periodo di tempo , il NOVECENTO, e sino ai giorni nostri, dove è evidente che non solo in circostanze eccezionali , come la guerra, la violenza sulle donne potrebbe desumersi scontata, ma anche in situazioni di assenza di eventi bellici e quindi in periodi di pace, la violenza sul genere femminile continua imperterrita a mietere vittime.    

La violenza di genere non consiste solo nell’aggressione fisica di un uomo contro una donna, ma include le vessazioni psicologiche, i ricatti economici, le minacce, le varie forme di violenza sessuale, le persecuzioni. Compiute da un uomo contro una donna in quanto donna. A volte sfocia nella sua forma più estrema, il femminicidio o, in molti casi, uxoricidio nel senso di uccisione della moglie. Si tratta di una violenza diffusa in tutto il mondo, legata alla strutturale disparità sociale, economica e di potere tra uomini e donne, dettata da un atteggiamento culturale prettamente patriarcale.

In Italia, si continua a considerare la violenza contro le donne una questione di ordine pubblico o causa di “allarme sociale” invece che un problema culturale e di tutela della persona vittima. E in Italia non abbiamo ancora un sistema di interventi organici contro la violenza di genere: occorrono interventi organici tra soggetti istituzionali e centri antiviolenza, un buon lavoro di rete e di sostegno alle vittime, interventi di sensibilizzazione nelle scuole e università. Se il problema è culturale, ed è tale, senza alcun dubbio, occorre partire dai luoghi di cultura.

Un altro dei problemi che il decreto non ha mostrato di risolvere è la inadeguata formazione e la mancanza di personale dedicato per i casi di violenza familiare (forze dell’ordine e tribunali) che non permette la capacità di distinguere tra situazioni di conflitto di coppia e di violenza. In Puglia, i Tribunali hanno complessivamente 800 denunce di violenza su 1200 in un anno e l’invio di situazioni di violenza alla mediazione familiare con conseguente vittimizzazione secondaria della donna che aveva subito o denunciato violenze.

Il decreto legge contro il femminicidio interviene solo sul piano repressivo che resta un piano di intervento talvolta necessario per bloccare gli autori di violenze ma insufficiente per affrontare il fenomeno in tutta la sua complessità. Indice di tale insufficienza è la mancanza di ogni riferimento riguardo alla presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti. Da questo punto di vista, è importante l’analisi delle cause del comportamento violento dell’uomo contro la donna: in molti casi, la causa dev’essere ricercata nel vissuto personale dell’abusante, nel modello educativo impartitogli o appreso nel corso delle esperienze personali, nella mancanza o scarsa educazione sentimentale.

Spesso gli uomini che hanno commesso violenze non hanno alcuno spazio di ascolto che possa, in certi casi almeno, essere per loro sufficiente a interrompere quello che tecnicamente viene chiamato “agito violento”. Non è semplice ma è stato osservato come molti uomini si impegnino riuscendo a trovare delle modalità comunicative più funzionali che non implichino l’uso della forza. La differenza la fa semplicemente il volerlo, la motivazione. Sono parecchi gli uomini che riconoscono il problema e chiedono aiuto in proposito. Certamente, non esiste alcuna formula magica: il lavoro da fare  è impegnativo e faticoso, ma può dare dei risultati e il maltrattamento può interrompersi.

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