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storie murolo giuseppe 1Molfetta - Seconda Guerra Mondiale. Dubbi e sospetti avvolti nel segreto di guerra, sotto una coltre di bugie.  La Corazzata Roma fu colpita da bombe nemiche? Si auto-affondò per volere del Comandante, Ammiraglio Carlo Bergamini? Un segreto svelato sul letto di morte da un testimone oculare: il molfettese Giuseppe Murolo, classe 1922. Aveva la funzione di cannoniere ed era imbarcato sul cacciatorpediniere Mitragliere, faceva parte della divisione navale comandata da Bergamini, in navigazione verso la Sardegna. Sin dalle prime ore dell’alba, del 9 settembre 1943, stava di guardia al suo posto di combattimento, e non vide nessun raid di cacciabombardieri tedeschi. Furono avvistati solo due piccoli ricognitori che, dopo aver sorvolato la zona, si allontanarono. Successivamente fu vista la Roma in fiamme. Il comandante del Mitragliere fu il primo a dare l’ordine di andare a soccorrere i naufraghi.

Uno scenario apocalittico si presentò davanti ai loro occhi: mare in fiamme, corpi straziati e mutilati, gente che gridava tra rottami sparsi dappertutto. Calate le scialuppe di salvataggio, si intraprese il recupero dei corpi, fino al limite della galleggiabilità. Mentre si rientrava, Giuseppe avvistò in mare un ufficiale agonizzante, chiese ai suoi commilitoni di recuperarlo, ma questi si rifiutarono. <<È morto>> sostennero. Ma Giuseppe ravvisò che era ancora vivo. Si tuffò, afferrò il corpo e lo trascinò fino alla scialuppa. Gli cedette il posto rimanendo aggrappato alla barca, fino al raggiungimento della nave soccorritrice, ormai piena di feriti. Il comandante diede l’ordine di mettere i motori alla massima potenza e di far rotta verso Palma di Maiorca. A bordo l’equipaggio mise a disposizione tutto ciò che possedeva per medicare i feriti, anche la biancheria intima che lo stesso Giuseppe, riducendo in bende, usò per fasciare le ferire del giovane ufficiale che aveva salvato. Si sedette accanto per assisterlo. Era ormai in fin di vita, i medici suggerirono di parlargli per tenerlo sveglio. Gli fu chiesto il motivo per il quale la nave Roma era affondata.  Con un filo di voce il giovane ufficiale, sfigurato per le ferite riportate e per le ustioni raccontò: <<L’ammiraglio Bergamini ha convocato tutti gli ufficiali nella sala convegni e con impeto e sdegno ha annunciato i termini scellerati dell’armistizio incondizionato che il Governo aveva fatto a nostra insaputa. E’ andato su tutte le furie dicendo che l’orgoglio della Marina Italiana, la sua ammiraglia, non poteva essere consegnata agli anglo-americani e subire tale umiliazione. Avrebbe preferito morire piuttosto che arrendersi senza combattere quei nemici che aveva combattuto per oltre tre anni. Ha dichiarato agli ufficiali e a tutto l’equipaggio che erano liberi di scegliere: rimanere sulla nave o abbandonarla. Dopodiché, ha dato ordine di imbandierare a festa la nave col gran pavese, invece di issare sui pennoni i pannelli neri con i dischi neri sulle tolde come prescritto dalle clausole dell’armistizio. I minuti passavano nel silenzio, nella disperazione, nello sconforto più assoluto. L’Ammiraglio Bergamini è rimasto al suo posto di comando mentre la nave veniva invasa da un fumo denso e acre. E’ stato dato l’ordine di abbandono nave mentre si avvertiva una forte esplosione>>. Giuseppe gli chiese: <<Come ti chiami?>>, stringendogli le mani. Rispose: <<Giovanni>>. Poi si addormentò per sempre. Arrivati a Palma de Maiorca, i soldati italiani seppellirono i loro commilitoni in un piccolo cimitero. La città divenne un grande ospedale. Una vicenda inedita, drammatica, che Giuseppe volle raccontare all’Associazione Eredi della Storia che gli consegnarono una medaglia  a ricordo. Dopo pochi giorni, il 26 febbraio 2008, mentre suo figlio Angelo gli stringeva le mani, Giuseppe ci lasciava per raggiungere i suoi amici rimasti negli abissi del mare. Dopo la guerra, Giuseppe emigrò in Australia, a Sidney. Faceva il commerciante. Rientrò a Molfetta negli anni sessanta e aprì un negozio di generi alimentari.

La tragedia dell’affondamento della “Corazzata Roma”: il mistero di una pagina di storia poco conosciuta

Il 9 Settembre 1943, verso le ore 16.15, al largo dell’Asinara un raid di cacciabombardieri tedeschi della 2a Luftflotte, decollati dall’aeroporto di Istres, Marsiglia, colpì la corazzata Roma. Spezzatasi in due, questa affondò. Dei 2021 uomini dell’equipaggio persero la vita 1.393 marinai. La Corazzata da battaglia Roma era la più grande della Regia Marina: 46mila tonnellate di stazza potevano raggiungere una velocità di 31 nodi. Di nuova costruzione, non aveva radar a bordo ma era equipaggiata con strumenti ed armi tecnologicamente avanzati. Le murate dello scafo erano corazzate con due strati di piastre verticali in acciaio, tali da assicurare tenuta di galleggiabilità in caso di danneggiamento ed erano a prova di scoppio di mine e siluri. Un gioiello inaffondabile. La tragedia della nave Roma, quella ufficiale, venne raccontata da un militare italiano a Palma di Maiorca, dopo lo sbarco dei superstiti e dei caduti. I primi di settembre, la Divisione da Battaglia, al comando del modenese Ammiraglio Carlo Bergamini, costituita da tre corazzate, sei incrociatori e sei caccia torpedinieri, era alla fonda nei porti di  Genova e la Spezia in attesa di ordini da Supermarina, che prevedevano l’intervento armato delle nostre navi per ostacolare l’imminente sbarco delle forze alleate a Salerno. Ebbe luogo, invece, l’armistizio. L’8 settembre 1943, il maresciallo Badoglio, firmando la resa -tra le tante condizioni- doveva obbligatoriamente e immediatamente consegnare tutte le navi  da guerra agli anglo-americani di stanza alla Maddalena, in Sardegna. L’ordine fu dato all’ammiraglio Bergamini, il quale informò tutti i comandanti della sua flotta. L’ammiraglio salpò, fece rotta per la Sardegna. Sapeva che i tedeschi, sentendosi traditi, si sarebbero vendicati con rappresaglie. Infatti, chiese al comando supremo delle forze armate la copertura aerea, che però non arrivò. I tedeschi, nel frattempo, occupavano la Maddalena, costringendo la flotta italiana a dirottare per Bona, in Algeria. Hitler ordinava all’aviazione di colpire e affondare le navi da guerra italiane che fuggivano o provano a passare dalla parte del nemico. Decollarono aerei dotati di bombe di precisione PC-1.400X radiocomandate, che potevano volare fino a quota 7mila metri per portarsi fuori tiro, lanciare in perpendicolare bombe senza essere colpiti dalla contraerea navale, incapaci di aprire il fuoco in verticale. La Roma fu colpita da due bombe: una centrò plancia e fumaiolo e l’altra il deposito delle munizioni. Altre bombe furono sganciate contro l’incrociatore Eugenio di Savoia senza danni, e contro il Littorio che subì solo un leggero danneggiamento alla centrale elettrica, immobilizzando temporaneamente il timone. L’ammiraglio Biancheri, rendendosi conto della tragica situazione in cui si trovava la corazzata Roma, diede disposizione ai cacciatorpedinieri della 12a Squadriglia, Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere, di prestare soccorso. Ai marinai soccorritori fu riconosciuto il grande spirito di abnegazione. Molti persero la vita per aver aiutato e salvato compagni feriti e ustionati, rimasti intrappolati in alcune parti della nave. Il comandante del Mitragliere, capitano di vascello Giuseppe Marini, impossibilitato a rientrare in porti italiani a causa della riduzione delle scorte di carburante e acqua potabile, decise di dirigere la propria formazione verso le isole Baleari, il punto più vicino considerando che la Spagna era neutrale, per sbarcare i feriti.

Eventi da non dimenticare

Sulla Corazzata Roma erano imbarcati dei molfettesi. Alcuni si salvarono, altri persero la vita. Ricordiamo: Amato Onofrio, 21 anni, marinaio sepolto a Mahon, isole Baleari; Mezzina Mauro, 20 anni, marinaio disperso; Armenio Giovanni, 23 anni, marinaio disperso; Centrone Domenico, 25 anni, sergente carpentiere disperso; De Gennaro Giuseppe, 21 anni, cannoniere, disperso; De Santis Paolo, anni 23, fuochista disperso. Un’altra pagina di storia che racconta le vicende degli eroi molfettesi. Volume che sta realizzando l’Associazione Eredi della Storia – Fondazione ANMIG di Molfetta con il contributo dei cittadini. E’ previsto un convegno a riguardo, in collaborazione con la Capitaneria di Porto di Molfetta e il Comune. Coloro che volessero partecipare all’iniziativa e raccontare avvenimenti attinenti possono contattare l’Associazione Eredi della Storia Fondazione ANMIG,  piazza Mazzini 92, Molfetta. Tel. 3392028772.

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storie murolo giuseppe 1Molfetta - Seconda Guerra Mondiale. Dubbi e sospetti avvolti nel segreto di guerra, sotto una coltre di bugie.  La Corazzata Roma fu colpita da bombe nemiche? Si auto-affondò per volere del Comandante, Ammiraglio Carlo Bergamini? Un segreto svelato sul letto di morte da un testimone oculare: il molfettese Giuseppe Murolo, classe 1922. Aveva la funzione di cannoniere ed era imbarcato sul cacciatorpediniere Mitragliere, faceva parte della divisione navale comandata da Bergamini, in navigazione verso la Sardegna. Sin dalle prime ore dell’alba, del 9 settembre 1943, stava di guardia al suo posto di combattimento, e non vide nessun raid di cacciabombardieri tedeschi. Furono avvistati solo due piccoli ricognitori che, dopo aver sorvolato la zona, si allontanarono. Successivamente fu vista la Roma in fiamme. Il comandante del Mitragliere fu il primo a dare l’ordine di andare a soccorrere i naufraghi.

Uno scenario apocalittico si presentò davanti ai loro occhi: mare in fiamme, corpi straziati e mutilati, gente che gridava tra rottami sparsi dappertutto. Calate le scialuppe di salvataggio, si intraprese il recupero dei corpi, fino al limite della galleggiabilità. Mentre si rientrava, Giuseppe avvistò in mare un ufficiale agonizzante, chiese ai suoi commilitoni di recuperarlo, ma questi si rifiutarono. <<È morto>> sostennero. Ma Giuseppe ravvisò che era ancora vivo. Si tuffò, afferrò il corpo e lo trascinò fino alla scialuppa. Gli cedette il posto rimanendo aggrappato alla barca, fino al raggiungimento della nave soccorritrice, ormai piena di feriti. Il comandante diede l’ordine di mettere i motori alla massima potenza e di far rotta verso Palma di Maiorca. A bordo l’equipaggio mise a disposizione tutto ciò che possedeva per medicare i feriti, anche la biancheria intima che lo stesso Giuseppe, riducendo in bende, usò per fasciare le ferire del giovane ufficiale che aveva salvato. Si sedette accanto per assisterlo. Era ormai in fin di vita, i medici suggerirono di parlargli per tenerlo sveglio. Gli fu chiesto il motivo per il quale la nave Roma era affondata.  Con un filo di voce il giovane ufficiale, sfigurato per le ferite riportate e per le ustioni raccontò: <<L’ammiraglio Bergamini ha convocato tutti gli ufficiali nella sala convegni e con impeto e sdegno ha annunciato i termini scellerati dell’armistizio incondizionato che il Governo aveva fatto a nostra insaputa. E’ andato su tutte le furie dicendo che l’orgoglio della Marina Italiana, la sua ammiraglia, non poteva essere consegnata agli anglo-americani e subire tale umiliazione. Avrebbe preferito morire piuttosto che arrendersi senza combattere quei nemici che aveva combattuto per oltre tre anni. Ha dichiarato agli ufficiali e a tutto l’equipaggio che erano liberi di scegliere: rimanere sulla nave o abbandonarla. Dopodiché, ha dato ordine di imbandierare a festa la nave col gran pavese, invece di issare sui pennoni i pannelli neri con i dischi neri sulle tolde come prescritto dalle clausole dell’armistizio. I minuti passavano nel silenzio, nella disperazione, nello sconforto più assoluto. L’Ammiraglio Bergamini è rimasto al suo posto di comando mentre la nave veniva invasa da un fumo denso e acre. E’ stato dato l’ordine di abbandono nave mentre si avvertiva una forte esplosione>>. Giuseppe gli chiese: <<Come ti chiami?>>, stringendogli le mani. Rispose: <<Giovanni>>. Poi si addormentò per sempre. Arrivati a Palma de Maiorca, i soldati italiani seppellirono i loro commilitoni in un piccolo cimitero. La città divenne un grande ospedale. Una vicenda inedita, drammatica, che Giuseppe volle raccontare all’Associazione Eredi della Storia che gli consegnarono una medaglia  a ricordo. Dopo pochi giorni, il 26 febbraio 2008, mentre suo figlio Angelo gli stringeva le mani, Giuseppe ci lasciava per raggiungere i suoi amici rimasti negli abissi del mare. Dopo la guerra, Giuseppe emigrò in Australia, a Sidney. Faceva il commerciante. Rientrò a Molfetta negli anni sessanta e aprì un negozio di generi alimentari.

La tragedia dell’affondamento della “Corazzata Roma”: il mistero di una pagina di storia poco conosciuta

Il 9 Settembre 1943, verso le ore 16.15, al largo dell’Asinara un raid di cacciabombardieri tedeschi della 2a Luftflotte, decollati dall’aeroporto di Istres, Marsiglia, colpì la corazzata Roma. Spezzatasi in due, questa affondò. Dei 2021 uomini dell’equipaggio persero la vita 1.393 marinai. La Corazzata da battaglia Roma era la più grande della Regia Marina: 46mila tonnellate di stazza potevano raggiungere una velocità di 31 nodi. Di nuova costruzione, non aveva radar a bordo ma era equipaggiata con strumenti ed armi tecnologicamente avanzati. Le murate dello scafo erano corazzate con due strati di piastre verticali in acciaio, tali da assicurare tenuta di galleggiabilità in caso di danneggiamento ed erano a prova di scoppio di mine e siluri. Un gioiello inaffondabile. La tragedia della nave Roma, quella ufficiale, venne raccontata da un militare italiano a Palma di Maiorca, dopo lo sbarco dei superstiti e dei caduti. I primi di settembre, la Divisione da Battaglia, al comando del modenese Ammiraglio Carlo Bergamini, costituita da tre corazzate, sei incrociatori e sei caccia torpedinieri, era alla fonda nei porti di  Genova e la Spezia in attesa di ordini da Supermarina, che prevedevano l’intervento armato delle nostre navi per ostacolare l’imminente sbarco delle forze alleate a Salerno. Ebbe luogo, invece, l’armistizio. L’8 settembre 1943, il maresciallo Badoglio, firmando la resa -tra le tante condizioni- doveva obbligatoriamente e immediatamente consegnare tutte le navi  da guerra agli anglo-americani di stanza alla Maddalena, in Sardegna. L’ordine fu dato all’ammiraglio Bergamini, il quale informò tutti i comandanti della sua flotta. L’ammiraglio salpò, fece rotta per la Sardegna. Sapeva che i tedeschi, sentendosi traditi, si sarebbero vendicati con rappresaglie. Infatti, chiese al comando supremo delle forze armate la copertura aerea, che però non arrivò. I tedeschi, nel frattempo, occupavano la Maddalena, costringendo la flotta italiana a dirottare per Bona, in Algeria. Hitler ordinava all’aviazione di colpire e affondare le navi da guerra italiane che fuggivano o provano a passare dalla parte del nemico. Decollarono aerei dotati di bombe di precisione PC-1.400X radiocomandate, che potevano volare fino a quota 7mila metri per portarsi fuori tiro, lanciare in perpendicolare bombe senza essere colpiti dalla contraerea navale, incapaci di aprire il fuoco in verticale. La Roma fu colpita da due bombe: una centrò plancia e fumaiolo e l’altra il deposito delle munizioni. Altre bombe furono sganciate contro l’incrociatore Eugenio di Savoia senza danni, e contro il Littorio che subì solo un leggero danneggiamento alla centrale elettrica, immobilizzando temporaneamente il timone. L’ammiraglio Biancheri, rendendosi conto della tragica situazione in cui si trovava la corazzata Roma, diede disposizione ai cacciatorpedinieri della 12a Squadriglia, Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere, di prestare soccorso. Ai marinai soccorritori fu riconosciuto il grande spirito di abnegazione. Molti persero la vita per aver aiutato e salvato compagni feriti e ustionati, rimasti intrappolati in alcune parti della nave. Il comandante del Mitragliere, capitano di vascello Giuseppe Marini, impossibilitato a rientrare in porti italiani a causa della riduzione delle scorte di carburante e acqua potabile, decise di dirigere la propria formazione verso le isole Baleari, il punto più vicino considerando che la Spagna era neutrale, per sbarcare i feriti.

Eventi da non dimenticare

Sulla Corazzata Roma erano imbarcati dei molfettesi. Alcuni si salvarono, altri persero la vita. Ricordiamo: Amato Onofrio, 21 anni, marinaio sepolto a Mahon, isole Baleari; Mezzina Mauro, 20 anni, marinaio disperso; Armenio Giovanni, 23 anni, marinaio disperso; Centrone Domenico, 25 anni, sergente carpentiere disperso; De Gennaro Giuseppe, 21 anni, cannoniere, disperso; De Santis Paolo, anni 23, fuochista disperso. Un’altra pagina di storia che racconta le vicende degli eroi molfettesi. Volume che sta realizzando l’Associazione Eredi della Storia – Fondazione ANMIG di Molfetta con il contributo dei cittadini. E’ previsto un convegno a riguardo, in collaborazione con la Capitaneria di Porto di Molfetta e il Comune. Coloro che volessero partecipare all’iniziativa e raccontare avvenimenti attinenti possono contattare l’Associazione Eredi della Storia Fondazione ANMIG,  piazza Mazzini 92, Molfetta. Tel. 3392028772.

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