storie Capitano Domenico Picca 1Molfetta - Il Capitano Domenico Picca è stato nostro concittadino. Primogenito di quattro fratelli e cinque sorelle è nato a Molfetta il 18 giugno 1882. Dopo aver frequentato il ginnasio, si iscrisse al Regio Liceo di Molfetta; diplomatosi si immatricolò alla facoltà di Ingegneria Industriale del Politecnico di Milano. Sospese gli studi universitari per assolvere il servizio militare. Frequentò il corso allievi Ufficiali di Napoli e si congedò col grado di sottotenente di complemento. Intanto, vinceva il concorso per Ufficiale di Dogana. Scoppiata la guerra in Libia, nel 1912, a soli trent’anni ebbe l’incarico di istituire la Ricevitoria di Dogana a Homs e a Slyten. Qui si distinse per la sua particolare operosità, tale da essere insignito con la “Medaglia Campagna di Libia”.

Ritornato in Italia nel 1913, continuò a svolgere la sua professione presso la Dogana di Napoli fino allo scoppio della 1^ Guerra Mondiale, il 24 maggio 1915. Alla chiamata “alle armi” Domenico Picca partì col grado di Tenente in forza al 139° Fanteria. Destinazione: prima linea sul Carso, con il compito di attaccare l’Esercito Austro-ungarico e liberare Trento e Trieste dalla dominazione straniera. Ultimare così l’Unità d’Italia. Una guerra lampo si pensò, per lo spiegamento massiccio di un grande Esercito Italiano, moderno, al comando del Generale Luigi Cadorna. Raccontiamo le gesta drammatiche di quei momenti attraverso la testimonianza di un’epistola: Domenico Picca scrive al padre avvocato Giuseppe e alla madre signora Maria Giuseppina Valente << ….Ci siamo asserragliati in trincea…ci si muove solo per fare piccoli sbalzi di 50 o 100 metri per volta per strappare magari agli austriaci la trincea di fronte a noi. Il terreno orribilmente accidentato non permette di fare di più…si invidiano gli eroi che morirono in campo aperto, con la visione del nemico fuggente…Le trincee avversarie sono vicinissime, in qualche punto a soli 25 o 30 metri di distanza…É una lotta a base di insidie, di notturni attacchi…si vive da talpe…Una vera rivelazione per noi italiani, che ci ritenevamo il popolo più impulsivo del mondo… Non ci resta che la tradizionale allegria che ci spinge a ridere dello scoppio di una bomba…e a rispondere ai volgari insulti lanciati dalle vicine trincee…detti in tutti i dialetti d’Italia…In una trincea austriaca…un soldato parla in italiano…si rileva la gentile origine italiana…aspetta il momento per passare nelle nostre file, come tanti altri hanno fatto. È così che si vive in trincea…così i nostri contadini miseri e ignoranti lavorano alla gloria della più grande Italia…Quasi tutto il giorno poi sto in trincea coi soldati della mia vecchia compagnia che mi vogliono un bene matto…>>.   Zona di guerra.  Settembre 1915.

Domenico Picca: con il suo ingegno e il suo coraggio segnò le sorti di una guerra

Ormai era trascorso più di un anno dall’entrata in guerra. L’Italia stava pagando un alto contributo di sangue, tanti caduti senza conquiste. La politica chiedeva spiegazioni ai capi delle Forze Armate. Il generale Cadorna, sprovvisto di un piano strategico ben definito, diede ordine alle Divisioni di uscire dalle trincee in cerca di altre vie. Scovare il nemico e attaccarlo in zone pianeggianti. Il 30 giugno 1916 inizia l’offensiva nel Trentino. Domenico Picca racconta in una missiva: <<…partimmo dal Sabotino il 22 maggio>>. Dopo aver marciato e scalato altipiani rocciosi, a strapiombo, quasi a picco sul fiume, all’alba del 16 giugno i soldati giunsero in Val-Bruuta, nel pianoro della Marcesina. Mezz’ora di riposo e subito il Reggimento iniziò la controffensiva. La piana della Marcesina era priva di vegetazione ed era nelle mani austriache. I monti circostanti erano ricoperti da fittissimi boschi di abete, dove i nemici avevano posto la propria difesa, che Picca aveva già intuito e scoperto. All’alba i soldati italiani, addestrati e abili nell’assalto con la baionetta, attaccarono i primi appostamenti nemici sotto i colpi di mitragliatrici e granate. Senza sparare un solo colpo, con slancio e senza riparo, arrivarono fin sotto la postazione nemica, protetta dai reticolati. Si ritrovarono così bloccati: fu ordinata la ritirata per evitare il massacro. Domenico Picca rimasto il solo ufficiale di più alto grado, prese il comando del Reggimento. Diede ordine di arretrare fino a portarsi fuori tiro dall’artiglieria nemica, che continuava a bombardare. Alle 10 di sera un nuovo assalto, senza esito positivo. Ci si ritirò nuovamente. Ormai un attacco diretto non aveva più alcuna possibilità di successo. Si pensò  di aggirare il nemico e prenderlo alle spalle. Esplorando il territorio, si scoprì una via tra la fitta vegetazione del bosco, nei pressi del monte Mandrielle. I soldati sfilarono per uno strisciando sotto le piante, portandosi sul fianco delle linee nemiche senza sparare un colpo. Nessuno si accorse di nulla. Al calar del buio si decise l’incursione. Iniziò la battaglia. Per non perdere altri uomini Domenico Picca diede l’ordine di trincerarsi e pressare sul fianco. Arrivarono truppe fresche che, con continui attacchi, costrinsero il nemico alla resa, alla fuga. Nella stessa notte gli Alpini conquistarono il monte Mogari e tolsero la batteria da montagna all’avversario. Iniziava così l’avanzata italiana verso Trento. Il capitano Domenico Picca scriveva: <<Fra qualche giorno tutto il suolo italiano sarà liberato dal nemico… la Brigata Bari ha l’alto onore di aver, per la prima, iniziata la gloriosa controffensiva e di aver infranto nei primi giorni la poderosa linea di difesa austriaca. .. papà non aver timori... mi pare di aver la pelle abbastanza dura pel piombo austriaco… la fortuna mi assiste>>.

Una guerra spietata: militi come torce umane

Autunno 1916. L’esercito italiano continuava ad avanzare. Gli austriaci per difendersi cominciarono ad attaccare con bombe a frammentazione, utilizzarono per la prima volta lanciafiamme e gas asfissianti al cloro e fosgene. Armi micidiali che provocarono terrore tra i soldati italiani. Privi di maschere antigas, impreparati, ne caddero a migliaia. Gli ustionati e gli storditi incapaci di muoversi furono freddati a colpi di mazze ferrate. Atti di crudeltà che scatenarono nei reparti italiani ira, vendetta e rabbia. Ci fu subito la reazione, una controffensiva in cui non mancarono atti di eroismo: Enrico Toti, Cesare Battisti e lo stesso capitano Domenico Picca. Quest’ultimo, ferito alla guancia da una scheggia, dolorante, non lasciò il suo posto nel combattimento. Descritto come uomo che amava la vita, ricco di bontà, dal cuore fanciullesco, probabilmente non rimase insensibile alle atrocità della guerra che cambiarono la sua indole. Nel settembre 1916 scriveva: <<Vado contro il nemico con animo sereno ed a cuore fermo, per la salvezza e la gloria dell’Italia nostra…abbraccio sul mio cuore il vecchio padre, e lo esorto ad essere forte nella sventura e ad essere orgoglioso del contributo di sangue…che il mio ricordo sia a tutti di esempio…Viva l’Italia>>. Continua con lettera del 15 ottobre 1916 <<Caro papà…ho a disposizione lanciabombe, lanciamine, lanciafiamme e 12 mitragliatrici…due batterie…ai miei ordini. Finora il mio battaglione, oltre a più di 1000 prigionieri fatti, ha messo fuori combattimento almeno altrettanti nemici. L’altra sera sono venuti al contrattacco alle due di notte; le mie bombarde provocarono un cataclisma, hanno fatto strage con i lanciafiamme. Ho bruciato un intero plotone nemico: i militi sembravano delle torce fuggenti. Tutti i mezzi più moderni di offesa li ho usati con ottimi risultati; il terreno davanti a me è rimasto coperto di cadaveri nemici…>>.  Il mattino del 2 novembre il generale Cadorna ordinò di sferrare un attacco decisivo. Le fanterie furono mandate all’assalto nonostante l’accanita resistenza avversaria e le gravi difficoltà del terreno. Sul Carso a quota 144, Domenico Picca impegnato nell’ennesima battaglia, innanzi a tutti con la spada in pugno, continuava l’attacco tra colpi d’artiglieria e mitragliatrici. Alle 14.30 un proiettile di grosso calibro 305 lo colpì in pieno, dilaniandone il corpo. Con lui perirono altri 32 soldati. Le sue spoglie sparse sul campo furono recuperate e tumulate nel piccolo cimitero dei caduti, nei pressi di Doberdò (Gorizia). Aveva 34 anni.

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