storie Luigi AmatoMolfetta - Uomini che meritano di essere ricordati, studiati per comprenderne le virtù, a volte vengono coperti dall’ombra dell’oblio. Un modello da imitare resta il generale di corpo d’armata Luigi Amato, decorato con quattro medaglie d’argento e una di bronzo al Valor Militare per meriti in azione di guerra. Un protagonista molfettese che ha contribuito, con abnegazione, alla difesa e alla crescita della propria Patria. Terzogenito, nacque a Molfetta il 1° agosto 1883, da Susanna Altomare casalinga e dal padre Pantaleo, imprenditore edile. Da studente ottenne elogi per l’intelligenza acuta e la buona condotta. Conseguita la maturità classica presso il Liceo di Molfetta, frequentò l’accademia militare di Modena. Nel 1905 ottenne il grado di sottotenente di Fanteria. Quello stesso anno, come primo incarico, si recò a Messina per soccorrere le popolazioni colpite dal terremoto.

Nel 1911 fece parte del corpo di spedizione per la conquista della Libia e dell’arcipelago Dodecaneso (Grecia). Durante la 1^ Guerra mondiale si distinse in combattimento tanto da meritarsi la promozione sul campo, sul Monte Sober Vertoiba (Gorizia), da capitano a maggiore del Regio Esercito. Le azioni di abile condottiero gli furono riconosciute anche dallo Zar di Russia che lo decorò con la “Croce di San Stanislao”. In seguito a ordini superiori dovette lasciare il Carso per essere trasferito in Africa. Ci rimase fino allo scoppio della 2^ Guerra mondiale. Rientrato in Italia, promosso colonnello e poi Generale di Brigata, assunse il comando della 209^ Divisione del Settore Difesa Costiera, da Manfredonia a Brindisi, per prevenire qualsiasi operazione di sbarco nemico. Dopo la morte del generale Bellomo (fucilato dagli Alleati) divenne comandante di Divisione della Piazza di Bari. Ebbe pieni poteri di controllo sull’ordine pubblico, sulla giustizia civile e militare, sui comportamenti morali dei politici e di chi amministrava la cosa pubblica. Il generale Amato era ormai divenuto massima autorità italiana: in tanti, trovandosi in stato di bisogno, si rivolgevano a lui per avere una concessione di sussidi, congedi, un lavoro. L’Armistizio del settembre ‘43 provocò caos e sbandamenti nelle forze armate. Tenuto all’oscuro delle decisioni dei Capi di Forza armata, rimase al suo posto di comando con l’intento di difendere e garantire la sicurezza della popolazione da chiunque fosse nemico; era sempre presente tra i soldati, ai quali dava coraggio. Schierandosi con il governo Badoglio mantenne saldo e disciplinato il suo contingente militare nel fronteggiare la reazione tedesca. Ci furono scontri con i tedeschi ma si evitarono eccidi e rappresaglie. A fine conflitto aveva sessanta anni. Il 15 Dicembre del 1943 si congedò col grado di Generale di Corpo d’Armata, fregiandosi di ventuno decorazioni per essere stato in prima linea nelle operazioni belliche. Una testimonianza: “Di rincalzo a piccoli nuclei di altro reggimento che ripiegavano, si portò con travolgenti ondate della sua Compagnia fin sotto gl’intatti reticolati nemici e vi rimaneva l’intera notte, immobilizzando con vivissimo fuoco il nemico nelle sue trincee e facilitando così il compito ai reparti laterali”. Nella sua lunghissima carriera militare ha combattuto in ben cinque campagne di guerra: Guerra Italo-Turca, 1^ Guerra mondiale, Guerriglia contro i ribelli libici ed etiopici, 2^ Guerra mondiale, Guerra di liberazione.

L’impero coloniale italiano tra guerra e pace

Fine ottocento. L’economia europea viveva in un clima di precarietà. La forza lavoro inoccupata cresceva mentre l’industria amatoriale, cantieristica e siderurgica italiana non trovava sbocco sul mercato interno. Gli imprenditori iniziavano a far pressione sui governi affinché si adottasse una politica coloniale di sviluppo, basata sulle esportazioni dei prodotti lavorati e sull’importazione di materie prime. Intanto la popolazione, divenuta enorme, più povera, tentava la via della grande emigrazione transoceanica. Questo per le grandi potenze europee significava perdite di baionette, di cervelli, di braccia … Si rendeva necessario conquistare possedimenti coloniali fuori dall’Europa, trovare nuove vie commerciali. Nasceva dunque lo spirito coloniale, la volontà di potenza; iniziava la politica imperialistica dello Stato italiano. Era il 1911, il tenente Luigi Amato partì come volontario alla conquista della Libia. Maturò una grande esperienza nelle tattiche di guerra nel deserto, che gli consentiva di fronteggiare guerriglie, attacchi, ritirate, piccole e grandi battaglie, per sedare sommosse e conquistare territorio. Calma e tolleranza furono le virtù che gli permettevano di guadagnarsi il rispetto e il consenso delle popolazioni indigene, la fedeltà incondizionata delle truppe di ascari al suo comando. Nel campo strategico militare, per rendere sicuri e agevoli i percorsi durante le avanzate delle sue truppe, andava in avanscoperta nei deserti per disegnare carte topografiche, mappe con oasi, pozzi di acqua per eventuali rifornimenti. Divenne diretto collaboratore di Amedeo d’Aosta e del Generale Rodolfo Graziani nella 2^ campagna di Libia. Si distinse come stratega in battaglia. Conquistò i pozzi d’acqua di Bir Tagrift e nel Fazzan. Per queste gesta il Re Vittorio Emanuele III lo decorò personalmente con la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia. Cessate le operazioni militari iniziarono le opere di pacificazione e di ricostruzione dei territori occupati. Ormai buon conoscitore della cultura africana, il colonnello Amato ebbe l’incarico di gestire l’organizzazione politica, amministrativa e sociale di quelle terre. Dette il via alle grandi opere di sviluppo dell’agricoltura, delle reti stradali e idriche. Si edificarono nuove zone residenziali con scuole, ambulatori e moschee. Fu nominato Presidente del Tribunale Coloniale della Libia. Nel 1935, rientrato a Molfetta per una breve licenza, si univa in matrimonio con la signorina Susanna Amato. Ebbe due figli: Nanda e Alberico. Rientrato in Libia gli veniva affidato il comando della Fanteria Coloniale della Libia occidentale. La sua carriera militare africana si concluse in Etiopia nel 1939, dopo venticinque anni. A Bengasi si costituiva una piccola comunità molfettese che dava lavoro specialmente alle vedove prive di reddito.

Promotore caparbio del nuovo ospedale

Lasciò la politica ma non il servizio civile. Riprese la presidenza dell’Opera Pia Monte di Pietà continuando l’opera di modernizzazione del servizio sanitario. Nel 1954, dopo molte sollecitazioni, il gen. Amato vedeva realizzato il suo sogno. Il Ministro dei LLPP stanziava i primi fondi per la realizzazione del nuovo Ospedale in via Terlizzi. Il 1958 fu posta la prima pietra; l’ospedale fu consegnato ai molfettesi dieci anni dopo. Il generale Amato non partecipò all’inaugurazione perché il 10 marzo 1964 fu colto da morte improvvisa. Molfetta gli rese l’estremo saluto in forma solenne. Al corteo funebre parteciparono un Battaglione del 9° Fanteria “Pinerolo”, Ufficiali superiori delle Forze armate, le Associazioni Combattentistiche e d’Arma. Qualche giorno dopo, il Consiglio comunale deliberò di apporre nel salone degli uomini illustri del Palazzo di Città un ritratto del Gen. Amato e la concessione di una parte di terreno del Cimitero per darne degna sepoltura. Per non dimenticare le sue gesta, a dieci anni dalla sua morte, la Civica amministrazione gli intitolò una strada. Luigi Amato “Uomo e Soldato”.

Il gen. Amato sindaco di Molfetta

La seconda guerra mondiale era cessata. In Italia c’era molta disoccupazione. L’agricoltura, la pesca, l’edilizia e la Pubblica Amministrazione non erano in grado di assorbire tutti i reduci, di cui alcuni invalidi, che rientravano dalla guerra. L’assistenza sanitaria era carente, in piazzetta Giovene il Monte di Pietà distribuiva ai bisognosi beni di prima necessità. Alcune classi delle scuole elementari erano formate anche da quarantadue alunni, molti di questi abbandonavano la scuola per dover lavorare, perciò l’analfabetismo era diffuso. In molti quartieri mancava acqua potabile e rete fognaria, di volta in volta passava un motocarro con cisterna e raccoglieva le acque reflue.  Mentre l’acqua per uso domestico veniva attinta dalle fontane pubbliche o dai pozzi condominiali che raccoglievano l’acqua piovana. Questo contesto popolare toccò la sensibilità del generale Luigi Amato, il quale,  appena congedato, volle dare un contributo ai suoi concittadini migliorandone la qualità della vita. Nel 1947 ebbe la presidenza dell’Opera Pia Monte di Pietà e dell’Ospedale Civile. Entrò in politica nel 1949, quando fu eletto nelle liste del partito della Democrazia Cristiana. Fu dapprima consigliere comunale, quindi sindaco di Molfetta dal 14 giugno 1949 al 23 marzo 1950. Una compagine di collaboratori tecnici costituì la sua Giunta, col programma di alleggerire la disoccupazione utilizzando fondi d’investimento per le opere pubbliche: asfaltare strade, portare acqua e rete fognaria nelle abitazioni, costruire l’antemurale del porto, realizzare il rifacimento del naviglio perduto a causa della guerra, modernizzare l’assistenza sanitaria, edificare un nuovo ospedale. Affinché tutto ciò si potesse realizzare il sindaco Amato e l’ingegnere Domenico Jannone, assessore ai Lavori pubblici, si recavano sovente dal Prefetto di Bari e dal Ministero dei Lavori Pubblici a Roma per poter ottenere autorizzazioni e fondi. Tra le opere poste subito in essere vi furono la realizzazione di cantieri scuola, la sistemazione di opere stradali di Coppe e Favale, l’istituzione del 1°corso di studi di ragioneria presso il locale Magistrale Parificato, la reintegrazione della cittadinanza molfettese a Gaetano Salvemini e il nome di suo figlio “Filipppetto” all’Asilo dell’Infanzia, sottratto durante il periodo fascista. Da annoverare tra le opere anche la costruzione del terzo edificio scolastico per classi elementari nella zona a ponente, “San Giovanni Bosco”. Tuttavia non mancarono le proteste nelle piazze. Il sindaco sapeva ascoltare ma talvolta si sentiva impotente ad attenuare la sofferenza di alcuni. Un episodio che ne ricorda la grande generosità ebbe luogo quando alcuni lavoratori, dopo aver prestato la loro opera presso i cantieri pubblici, non percepirono nei tempi stabiliti la dovuta retribuzione dal potere centrale di Bari. Si avvicinavano le feste natalizie e al sindaco Amato non andava l’idea di vedere questi lavoratori e le loro famiglie trascorrere il Natale in miseria e tristezza. Prese una decisione. Si recò in banca, prelevò una cospicua somma dai suoi risparmi e anticipò il dovuto agli operai. Verso la fine del mese di marzo 1950 per un diverbio sorto con il Prefetto di Bari in merito alle modalità di riscossione delle imposte sui consumi, fu costretto a dimettersi dall’incarico. La decisione non fu gradita dai molfettesi. Gli successe Vincenzo Zagami, il sindaco che continuò la sua politica di sviluppo. Alla fine degli anni sessanta Molfetta era divenuta una città moderna, all’altezza dei tempi.