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storie Damiano Ragno 3Molfetta - Damiano Ragno nacque a Molfetta il 15 febbraio 1911, al primo piano di via Madonna dei Martiri, 62.  I suoi genitori, Maria Domenica Tristani e Giacomo, impiegato mugnaio presso il Pastificio Caradonna, desideravano che il loro figlio, dopo aver frequentato le scuole presso il Seminario vescovile, studiasse per divenire sacerdote o impiegato ragioniere. Nel 1929, anno settimo dell’era fascista, il giovane Ragno conseguì col massimo punteggio il diploma e l’abilitazione all’esercizio professionale di Perito e Ragioniere presso il Regio Istituto Commerciale di Bari. Inviato alle armi nel 1931, frequentò la Scuola di applicazioni di Fanteria di Parma. Divenuto volontario in servizio permanente effettivo, fu assegnato al 4° Reggimento Fanteria Coloniale, 7° Battaglione, col grado di tenente del Regio esercito.

Il 1936 partì per la Libia, successivamente venne trasferito in Etiopia: era in corso la Campagna D’Africa. Appena giunto in Etiopia, a Tamamò, al comando di una Compagnia formata da circa 200 uomini,  ebbe l’ordine di attaccare una postazione nemica. Durante l’assalto cadde in combattimento. Il tenente Ragno aveva 26 anni. Per questo atto di coraggio, per l’alto valore mostrato in battaglia, il Comandante della guerra in Africa Maresciallo Badoglio propose al Governo di assegnargli la Medaglia d’Oro al VM, tramutata poi in Medaglia d’Argento al valore sul campo, con la seguente motivazione “Comandante di plotone di Ascari libici, lo conduceva all’attacco di forte posizione nemica con audacia, perizia ed assoluto sprezzo del pericolo. Ferito due volte mentre da vicino incalzava nuclei ribelli che gli opponevano disperata resistenza con micidiale fuoco di mitragliatrici, non desisteva dalla lotta fino a che stremato di forze veniva condotto indietro. Decedeva in seguito alle gravi ferite riportate, sopportando stoicamente il dolore ed esprimendo amorevoli sentimenti di amor patrio e di cosciente sacrificio. Esempio elevato di alte virtù militari. Tamamò  2  Marzo 1937”. Fu insignito anche di Croce al Merito di Guerra, Medaglia di Bronzo commemorativa, con il gladio romano, per le operazioni militari. Gli ufficiali del 7° Battaglione libico fecero coniare una medaglia d’oro in sua memoria, per l’eroico comportamento mostrato in guerra.

“Il Tenente Ragno era un bravo ragazzo, l’ho visto partire in guerra sereno”: così lo ricorda la signora Mastropasqua

La signora Maria Domenica Mastropasqua in Moro vive presso la casa di riposo Istituto don Grittani di Molfetta. È nata centodue anni fa, il 4 ottobre 1910, in via Madonna dei Martiri, 59. Lucida nei ricordi, ci ha narrato la storia di Damiano Ragno. Premette di aver studiato fino alla IV elementare presso l’Istituto San Domenico. La maestra era donna Maria Turtur. La signora Mastropasqua è cresciuta insieme al tenente Ragno perché oltre ad essere vicini di casa gli era anche procugina. Damiano aveva uno zio, il generale Tristano. Era un ragazzo speciale, bravo, espansivo e generoso: andava d’accordo con tutti -ci dice l’anziana signora-. Da studente giocava nella squadra di calcio della Molfetta sportiva e si era fidanzato con sua cugina Rosalia Azzollini. Aveva una sorella Rosa e un fratello Peppino, il quale morì nel 1924, a dieci anni, per una  meningite. Gli piaceva scrivere lettere e inviare foto e cartoline con dediche ai genitori, con frasi semplici ma ad effetto per dimostrare l’attaccamento alla famiglia, suo punto di riferimento. Mentre studiava da pilota scriveva: “Alla mia mamma eternamente” “Calcando l’azzurro con te nel cuore. Nino” “Al mio papà che mai dimenticherò durante la tempesta e durante la gloria”. L’educazione al rispetto, aiutare la famiglia, l’amor di Patria, lo spinsero ad arruolarsi di sua spontanea volontà nell’esercito, per andare a combattere in Africa. Gli piaceva la vita militare nonostante il pericolo della guerra, era orgoglioso e fiducioso, voleva rimanere nella Forza armata e fare carriera. Prima di partire per il fronte era solito salutarsi con tutti. L’ho visto partire sereno – ricorda l’anziana signora Maria Domenica-. Poi la tragedia, la notizia della morte di Nino fu data da don Ilarione Giovene, parroco della Parrocchia di San Domenico dal 1915 al 1965, il consolatore incaricato dal Ministero della Guerra di porgere ai familiari la triste comunicazione. Il funerale fu celebrato presso la Cattedrale di Molfetta. La bara fu portata a spalle dai suoi amici, tra di loro c’era il dottor Rana. Insieme al tenente Ragno partirono altri ragazzi molfettesi, il tenente aviatore Domenico Pappalepore e il sottotenente Medico Saverio De Simone. La dichiarazione della costituzione dell’Impero Italiano, le vittorie militari ottenute dal generale Graziani che godeva di grande prestigio tra i giovani determinarono tra studenti e lavoratori vivo entusiasmo e l’orgoglio di essere italiani. Spesso si organizzavano cortei, percorrendo le vie principali della città cantando “Faccetta nera”. Il 2000 si costituiva la nuova Associazione Eredi della Storia, divenuta museo degli eroi molfettesi. Il primo quadro ad essere posto in sede fu proprio quello del tenente Ragno, dato in dono da Sergio Ragno, segretario dell’omonima associazione.

L’Amministrazione Comunale gli intitolò una strada

La notizia della caduta in battaglia del giovane ufficiale Damiano Ragno coinvolse e commosse tutta la città di Molfetta.  L’Amministrazione comunale, raccolta nel cordoglio, comunicava: “Visto che è doveroso per questa Civica Amministrazione così come ha già fatto per l’altro eroico combattente tenente Pappalepore, eternare la memoria di questo giovane valoroso. Ritenuto che può intitolarsi al glorioso caduto la strada attualmente denominata “Via Nuova”, la quale non ha un significato storico, e può perciò senz’altro sopprimersi. Visto che questo attestato d’affetto per chi sacrificò la propria vita per la grandezza della Patria sarà di conforto alla famiglia del caduto ed appaga un vivo desiderio di questa cittadinanza”. Pertanto si “Delibera di intitolare l’attuale “Via Nuova”, compresa tra via Sergio Pansini e via Madonna dei Martiri, al Tenente Ragno Damiano”. Gennaio 1938.

Guerra d’Etiopia: i molfettesi rendono le vere nuziali alla Patria

L’obbligo di donare l’oro alla Patria durante la guerra d’Abissinia non è mai stato dimenticato. Tanti molfettesi ormai anziani lo raccontano ancora. Siamo intorno agli anni trenta. Una serie di eventi contrastanti legati alla politica estera, economica e militare conducono Mussolini a intraprendere una campagna militare in Etiopia, ritenuta terra ricca di materie prime di cui l’Italia aveva bisogno per incrementare lo sviluppo economico. Occorreva dare al popolo italiano un’occupazione, la percezione di un futuro di speranza e benessere, specialmente alle classi in povertà, intenzionate all’emigrazione transoceanica. Invero fare guerra all’Etiopia significava creare nuovi posti di lavoro: formare un esercito d’occupazione e la relativa logistica militare significava sviluppare l’industria meccanica Fiat, della gomma Pirelli, incrementare l’industria alimentare, per la carne in scatola per i soldati, l’industria tessile,  per la confezione delle divise, la cantieristica navale per il trasporto dei materiali. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane invasero l’Etiopia, e la conquistarono. L’invasione fu contestata dall’opinione pubblica internazionale e dalla “Società delle Nazioni” di cui facevano parte sia l’Etiopia che l’Italia. La nostra patria aveva violato il concordato e si era resa responsabile di una violenta aggressione contro uno stato membro senza alcuna causa plausibile. Fu pertanto condannata all’embargo con il “blocco economico internazionale”,  tagliata fuori dalla Società delle Nazioni e dalle transazioni internazionali. Isolata, era necessario che la nostra terra dovesse diventare economicamente autosufficiente e affrontare tutte le emergenze. Come contromisure Mussolini ordinò di consumare e acquistare solo prodotti nazionali. Furono imposte nuove tasse e chi non poteva pagare doveva consegnare al regime quello che possedeva: oro, argento, bonzo, rame e ferro da inviare alle fonderie. Il 18 novembre 1936 fu proclamata la “giornata della fede”. A Molfetta fu allestito presso la Villa Comunale un centro di raccolta delle fedi. Tutte le coppie sposate furono invitate a donare le proprie vere nuziali per ricevere, in cambio, un attestato di benemerenza, ossia  una vera in acciaio. Mentre, per far fronte ai nuovi armamenti, si rese necessario fare operazioni di rastrellamento del ferro cittadino. Furono requisiti tutti i cancelli e le inferriate dei giardini pubblici, compresa la Villa Comunale (ripristinati in seguito,  durante gli anni 80). Furono escluse dalla requisizione fascista le campane, le inferriate del Seminario Vescovile e la recinzione della statua di Vito Fornari, sita in Piazza Cappuccini.

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storie Damiano Ragno 3Molfetta - Damiano Ragno nacque a Molfetta il 15 febbraio 1911, al primo piano di via Madonna dei Martiri, 62.  I suoi genitori, Maria Domenica Tristani e Giacomo, impiegato mugnaio presso il Pastificio Caradonna, desideravano che il loro figlio, dopo aver frequentato le scuole presso il Seminario vescovile, studiasse per divenire sacerdote o impiegato ragioniere. Nel 1929, anno settimo dell’era fascista, il giovane Ragno conseguì col massimo punteggio il diploma e l’abilitazione all’esercizio professionale di Perito e Ragioniere presso il Regio Istituto Commerciale di Bari. Inviato alle armi nel 1931, frequentò la Scuola di applicazioni di Fanteria di Parma. Divenuto volontario in servizio permanente effettivo, fu assegnato al 4° Reggimento Fanteria Coloniale, 7° Battaglione, col grado di tenente del Regio esercito.

Il 1936 partì per la Libia, successivamente venne trasferito in Etiopia: era in corso la Campagna D’Africa. Appena giunto in Etiopia, a Tamamò, al comando di una Compagnia formata da circa 200 uomini,  ebbe l’ordine di attaccare una postazione nemica. Durante l’assalto cadde in combattimento. Il tenente Ragno aveva 26 anni. Per questo atto di coraggio, per l’alto valore mostrato in battaglia, il Comandante della guerra in Africa Maresciallo Badoglio propose al Governo di assegnargli la Medaglia d’Oro al VM, tramutata poi in Medaglia d’Argento al valore sul campo, con la seguente motivazione “Comandante di plotone di Ascari libici, lo conduceva all’attacco di forte posizione nemica con audacia, perizia ed assoluto sprezzo del pericolo. Ferito due volte mentre da vicino incalzava nuclei ribelli che gli opponevano disperata resistenza con micidiale fuoco di mitragliatrici, non desisteva dalla lotta fino a che stremato di forze veniva condotto indietro. Decedeva in seguito alle gravi ferite riportate, sopportando stoicamente il dolore ed esprimendo amorevoli sentimenti di amor patrio e di cosciente sacrificio. Esempio elevato di alte virtù militari. Tamamò  2  Marzo 1937”. Fu insignito anche di Croce al Merito di Guerra, Medaglia di Bronzo commemorativa, con il gladio romano, per le operazioni militari. Gli ufficiali del 7° Battaglione libico fecero coniare una medaglia d’oro in sua memoria, per l’eroico comportamento mostrato in guerra.

“Il Tenente Ragno era un bravo ragazzo, l’ho visto partire in guerra sereno”: così lo ricorda la signora Mastropasqua

La signora Maria Domenica Mastropasqua in Moro vive presso la casa di riposo Istituto don Grittani di Molfetta. È nata centodue anni fa, il 4 ottobre 1910, in via Madonna dei Martiri, 59. Lucida nei ricordi, ci ha narrato la storia di Damiano Ragno. Premette di aver studiato fino alla IV elementare presso l’Istituto San Domenico. La maestra era donna Maria Turtur. La signora Mastropasqua è cresciuta insieme al tenente Ragno perché oltre ad essere vicini di casa gli era anche procugina. Damiano aveva uno zio, il generale Tristano. Era un ragazzo speciale, bravo, espansivo e generoso: andava d’accordo con tutti -ci dice l’anziana signora-. Da studente giocava nella squadra di calcio della Molfetta sportiva e si era fidanzato con sua cugina Rosalia Azzollini. Aveva una sorella Rosa e un fratello Peppino, il quale morì nel 1924, a dieci anni, per una  meningite. Gli piaceva scrivere lettere e inviare foto e cartoline con dediche ai genitori, con frasi semplici ma ad effetto per dimostrare l’attaccamento alla famiglia, suo punto di riferimento. Mentre studiava da pilota scriveva: “Alla mia mamma eternamente” “Calcando l’azzurro con te nel cuore. Nino” “Al mio papà che mai dimenticherò durante la tempesta e durante la gloria”. L’educazione al rispetto, aiutare la famiglia, l’amor di Patria, lo spinsero ad arruolarsi di sua spontanea volontà nell’esercito, per andare a combattere in Africa. Gli piaceva la vita militare nonostante il pericolo della guerra, era orgoglioso e fiducioso, voleva rimanere nella Forza armata e fare carriera. Prima di partire per il fronte era solito salutarsi con tutti. L’ho visto partire sereno – ricorda l’anziana signora Maria Domenica-. Poi la tragedia, la notizia della morte di Nino fu data da don Ilarione Giovene, parroco della Parrocchia di San Domenico dal 1915 al 1965, il consolatore incaricato dal Ministero della Guerra di porgere ai familiari la triste comunicazione. Il funerale fu celebrato presso la Cattedrale di Molfetta. La bara fu portata a spalle dai suoi amici, tra di loro c’era il dottor Rana. Insieme al tenente Ragno partirono altri ragazzi molfettesi, il tenente aviatore Domenico Pappalepore e il sottotenente Medico Saverio De Simone. La dichiarazione della costituzione dell’Impero Italiano, le vittorie militari ottenute dal generale Graziani che godeva di grande prestigio tra i giovani determinarono tra studenti e lavoratori vivo entusiasmo e l’orgoglio di essere italiani. Spesso si organizzavano cortei, percorrendo le vie principali della città cantando “Faccetta nera”. Il 2000 si costituiva la nuova Associazione Eredi della Storia, divenuta museo degli eroi molfettesi. Il primo quadro ad essere posto in sede fu proprio quello del tenente Ragno, dato in dono da Sergio Ragno, segretario dell’omonima associazione.

L’Amministrazione Comunale gli intitolò una strada

La notizia della caduta in battaglia del giovane ufficiale Damiano Ragno coinvolse e commosse tutta la città di Molfetta.  L’Amministrazione comunale, raccolta nel cordoglio, comunicava: “Visto che è doveroso per questa Civica Amministrazione così come ha già fatto per l’altro eroico combattente tenente Pappalepore, eternare la memoria di questo giovane valoroso. Ritenuto che può intitolarsi al glorioso caduto la strada attualmente denominata “Via Nuova”, la quale non ha un significato storico, e può perciò senz’altro sopprimersi. Visto che questo attestato d’affetto per chi sacrificò la propria vita per la grandezza della Patria sarà di conforto alla famiglia del caduto ed appaga un vivo desiderio di questa cittadinanza”. Pertanto si “Delibera di intitolare l’attuale “Via Nuova”, compresa tra via Sergio Pansini e via Madonna dei Martiri, al Tenente Ragno Damiano”. Gennaio 1938.

Guerra d’Etiopia: i molfettesi rendono le vere nuziali alla Patria

L’obbligo di donare l’oro alla Patria durante la guerra d’Abissinia non è mai stato dimenticato. Tanti molfettesi ormai anziani lo raccontano ancora. Siamo intorno agli anni trenta. Una serie di eventi contrastanti legati alla politica estera, economica e militare conducono Mussolini a intraprendere una campagna militare in Etiopia, ritenuta terra ricca di materie prime di cui l’Italia aveva bisogno per incrementare lo sviluppo economico. Occorreva dare al popolo italiano un’occupazione, la percezione di un futuro di speranza e benessere, specialmente alle classi in povertà, intenzionate all’emigrazione transoceanica. Invero fare guerra all’Etiopia significava creare nuovi posti di lavoro: formare un esercito d’occupazione e la relativa logistica militare significava sviluppare l’industria meccanica Fiat, della gomma Pirelli, incrementare l’industria alimentare, per la carne in scatola per i soldati, l’industria tessile,  per la confezione delle divise, la cantieristica navale per il trasporto dei materiali. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane invasero l’Etiopia, e la conquistarono. L’invasione fu contestata dall’opinione pubblica internazionale e dalla “Società delle Nazioni” di cui facevano parte sia l’Etiopia che l’Italia. La nostra patria aveva violato il concordato e si era resa responsabile di una violenta aggressione contro uno stato membro senza alcuna causa plausibile. Fu pertanto condannata all’embargo con il “blocco economico internazionale”,  tagliata fuori dalla Società delle Nazioni e dalle transazioni internazionali. Isolata, era necessario che la nostra terra dovesse diventare economicamente autosufficiente e affrontare tutte le emergenze. Come contromisure Mussolini ordinò di consumare e acquistare solo prodotti nazionali. Furono imposte nuove tasse e chi non poteva pagare doveva consegnare al regime quello che possedeva: oro, argento, bonzo, rame e ferro da inviare alle fonderie. Il 18 novembre 1936 fu proclamata la “giornata della fede”. A Molfetta fu allestito presso la Villa Comunale un centro di raccolta delle fedi. Tutte le coppie sposate furono invitate a donare le proprie vere nuziali per ricevere, in cambio, un attestato di benemerenza, ossia  una vera in acciaio. Mentre, per far fronte ai nuovi armamenti, si rese necessario fare operazioni di rastrellamento del ferro cittadino. Furono requisiti tutti i cancelli e le inferriate dei giardini pubblici, compresa la Villa Comunale (ripristinati in seguito,  durante gli anni 80). Furono escluse dalla requisizione fascista le campane, le inferriate del Seminario Vescovile e la recinzione della statua di Vito Fornari, sita in Piazza Cappuccini.

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