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spredioeneMolfetta - Il nome “Spredioene” fa rivivere, nella memoria di quanti lo hanno conosciuto, l’immagine di una figura barbuta  e miseramente vestita che camminava a testa bassa per  il Corso Umberto di Molfetta. Pochi, tuttavia, sono coloro i quali conoscono la vera storia di questo singolare personaggio,  impresso così profondamente, nella tradizione popolare molfettese.

Discendente da una nobile famiglia greca, essendo nato con  forme alquanto sgraziate, Spredioene fu confinato, sin dall’infanzia, in un Convento sul Monte Athos, dove studiò filosofia e lingue orientali. La sua indole ribelle, tuttavia, lo portò ben presto a fuggire dal convento ed a nascondersi a Smirne, dove incontrò una ragazza molfettese da poco emigrata in Turchia, alla quale si legò profondamente, accettando persino di seguirla a Molfetta e di abbandonare per sempre la sua patria. Quando i due riuscirono finalmente a partire per l’Italia, la giovane molfettese era incinta e la felicità di Spredioene non sarebbe potuta essere più completa. Durante la traversata in traghetto, una terribile tempesta spazzò via la nave ed il greco, unico superstite, giunse a Molfetta solo e sopraffatto dal dolore per la perdita della sua famiglia. Ritenendosi responsabile della loro morte, pur avendo ereditato una grande fortuna dalla sua nobile famiglia, decise di imporsi una vita di privazioni e stenti per espiare la sua colpa. Viveva infatti in una rimessa per attrezzi dietro la vecchia muraglia del porto, imperturbabile di fronte ai marosi, indifferente agli insulti, chiuso nel suo dolore. Solo alla sua morte si scoprirono le sue origini e la sua incredibile fortuna che si era ostinato a respingere per tutta la vita per scontare una colpa che non gli apparteneva.

Immagine tratta dal libro “il mio paese, la mia gente” di Giovanni Minervini
Articolo tratto da "il Fatto" n. 74 di Marzo 2011

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spredioeneMolfetta - Il nome “Spredioene” fa rivivere, nella memoria di quanti lo hanno conosciuto, l’immagine di una figura barbuta  e miseramente vestita che camminava a testa bassa per  il Corso Umberto di Molfetta. Pochi, tuttavia, sono coloro i quali conoscono la vera storia di questo singolare personaggio,  impresso così profondamente, nella tradizione popolare molfettese.

Discendente da una nobile famiglia greca, essendo nato con  forme alquanto sgraziate, Spredioene fu confinato, sin dall’infanzia, in un Convento sul Monte Athos, dove studiò filosofia e lingue orientali. La sua indole ribelle, tuttavia, lo portò ben presto a fuggire dal convento ed a nascondersi a Smirne, dove incontrò una ragazza molfettese da poco emigrata in Turchia, alla quale si legò profondamente, accettando persino di seguirla a Molfetta e di abbandonare per sempre la sua patria. Quando i due riuscirono finalmente a partire per l’Italia, la giovane molfettese era incinta e la felicità di Spredioene non sarebbe potuta essere più completa. Durante la traversata in traghetto, una terribile tempesta spazzò via la nave ed il greco, unico superstite, giunse a Molfetta solo e sopraffatto dal dolore per la perdita della sua famiglia. Ritenendosi responsabile della loro morte, pur avendo ereditato una grande fortuna dalla sua nobile famiglia, decise di imporsi una vita di privazioni e stenti per espiare la sua colpa. Viveva infatti in una rimessa per attrezzi dietro la vecchia muraglia del porto, imperturbabile di fronte ai marosi, indifferente agli insulti, chiuso nel suo dolore. Solo alla sua morte si scoprirono le sue origini e la sua incredibile fortuna che si era ostinato a respingere per tutta la vita per scontare una colpa che non gli apparteneva.

Immagine tratta dal libro “il mio paese, la mia gente” di Giovanni Minervini
Articolo tratto da "il Fatto" n. 74 di Marzo 2011

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