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molfettabnoldMolfetta - Parte la nuova rubrica de “Il Fatto” dedicata al dialetto molfettese, la  radice della lingua che  più ci appartiene e caratterizza. Un viaggio nel tempo per scoprire le origini morfosintattiche dei detti e dei modi di dire tipicamente dialettali. Uno sguardo all’interno della tradizione molfettese, ricca di stilemi e riferimenti che spesso ritornano nel parlare quotidiano. Le antiche favole molfettesi, i proverbi più datati o anche quelli che risuonano nella vita di tutti i giorni, sono immancabilmente marchiati da  circostanze, situazioni e personaggi spesso ripetute.

Ad esempio il concetto di famiglia, il lavoro inteso, nella sua significazione primordiale, come mezzo di sostentamento, il denaro, una  tra le maggiori forze dei rapporti civili, il motivo religioso che scandisce orari e luoghi di ritrovo, il padrone e il garzone. Il tutto concluso da  un insegnamento morale.

Vi siete mai chiesti quale sia il vero significato di “ci sparte ave la pèisce parte”? Il libro “Favole, fiabe e fole alla rivista” di Rosaria Scardigno del 1964 lo riporta e lo spiega così come in principio veniva indicato.

“Due gattini piccolissimi vivevano nella stessa casa e giocavano spesso insieme, però, sin dai primi giorni di vita ,erano stati educati a mangiare in due piatti differenti. Fin quando apparve alla loro vista un invitante pezzo di formaggio, che dovettero necessariamente spartire. Non abituati a farlo, si rivolsero a un arbitro -che sia una volpe o una scimmia non lo si sa- il quale furbamente divorò l’intero bottino con falsi pretesti democratici. L’arbitro, dichiarando di aver agito in nome del suo ruolo, volle anche una ricompensa, «ci sparte ave la pèisce parte» borbottava, approfittando dell’ingenuità dei due gattini”. Paga sempre il padrone, questa è la morale, e così come si è regolata la volpe, così ci si regola ancora oggi.


molfettabnoldMolfetta - Parte la nuova rubrica de “Il Fatto” dedicata al dialetto molfettese, la  radice della lingua che  più ci appartiene e caratterizza. Un viaggio nel tempo per scoprire le origini morfosintattiche dei detti e dei modi di dire tipicamente dialettali. Uno sguardo all’interno della tradizione molfettese, ricca di stilemi e riferimenti che spesso ritornano nel parlare quotidiano. Le antiche favole molfettesi, i proverbi più datati o anche quelli che risuonano nella vita di tutti i giorni, sono immancabilmente marchiati da  circostanze, situazioni e personaggi spesso ripetute.

Ad esempio il concetto di famiglia, il lavoro inteso, nella sua significazione primordiale, come mezzo di sostentamento, il denaro, una  tra le maggiori forze dei rapporti civili, il motivo religioso che scandisce orari e luoghi di ritrovo, il padrone e il garzone. Il tutto concluso da  un insegnamento morale.

Vi siete mai chiesti quale sia il vero significato di “ci sparte ave la pèisce parte”? Il libro “Favole, fiabe e fole alla rivista” di Rosaria Scardigno del 1964 lo riporta e lo spiega così come in principio veniva indicato.

“Due gattini piccolissimi vivevano nella stessa casa e giocavano spesso insieme, però, sin dai primi giorni di vita ,erano stati educati a mangiare in due piatti differenti. Fin quando apparve alla loro vista un invitante pezzo di formaggio, che dovettero necessariamente spartire. Non abituati a farlo, si rivolsero a un arbitro -che sia una volpe o una scimmia non lo si sa- il quale furbamente divorò l’intero bottino con falsi pretesti democratici. L’arbitro, dichiarando di aver agito in nome del suo ruolo, volle anche una ricompensa, «ci sparte ave la pèisce parte» borbottava, approfittando dell’ingenuità dei due gattini”. Paga sempre il padrone, questa è la morale, e così come si è regolata la volpe, così ci si regola ancora oggi.

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