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ospedale molfetta 2011MOLFETTA.- Rilanciamo la lettera di un nostro lettore:

Voglio ma soprattutto DEVO lasciare qualcosa di scritto perché solo così rimanga una testimonianza a servizio di altri di ciò che il corso della nostra vita ci può riservare.


Un luogo ormai comune, frutto di notizie più da scoop giornalistico o da pettegolezzi da mercato , vede la sanità come un “malato cronico” della nostra società portando in evidenza quei casi dove per eventi sfortunati o per “mali” attribuiti ad altri (e qui non voglio entrare nello specifico altrimenti mi perderei su argomenti da risolvere altrove) medici , personale paramedico, personale vario sono al centro di disservizi, o come ormai lo identificano, casi di “malasanità”.
Io invece devo andare contro corrente dicendo ciò che la quotidianità del lavoro di questi professionisti riesce a svolgere in situazioni di emergenza con incredibile sacrificio anche della propria vita personale, il perché sono qui a raccontarlo.
Lunedì 20 maggio 2013 alle ore 23.30 circa ricevo la telefonata dalla mia mamma che a suo dire stava molto male, mi precipito con mio figlio Alessandro a casa e la trovo realmente in uno stato preoccupante, debole di colore bianco cera, sudata ma freddissima, in pochi attimi ci rendiamo conto che l’ unica cosa da fare è correre in ospedale, e con il pigiama che già indossava e con una vestaglia presa al volo, la mettiamo in macchina e di volata la portiamo al pronto soccorso del nostro ospedale qui a Molfetta.
Il personale preposto al ricevimento in un attimo, con una carrozzina, è allo sportello della mia auto, e l’ attimo dopo la mia mamma è monitorata dal medico di turno, Dr. Lasorella Michelangelo, con un elettrocardiogramma, premetto che uno dei due del personale OSS che l’ aveva accolta con la carrozzina aveva appena detto in dialetto molfettese rivolto a me ed al suo collega “ten nu infart” (ha un infarto) trovando la mia diffidenza ma il consenso del suo collega, ed in realtà aveva visto bene, infatti il medico dopo aver visionato il tracciato ci dice che era in corso una violenta aritmia tale da richiedere l’ immediato ricovero nel reparto di cardiologia. Dopo pochi minuti forse 2 o 3 dall’ arrivo al pronto soccorso mia madre è su di un lettino in reparto monitorata da medici e personale, che le prestano le cure necessarie, e ci comunicano che la situazione è seria e preoccupante in quanto sia l’ età, mia madre ha da poco compiuto 80 anni, sia lo stato fisico generale è tale da vera emergenza. I minuti passano in compagnia dei miei fratelli che nel frattempo ci hanno immediatamente raggiunti, tra sguardi preoccupati ed un frenetico muoversi di personale intorno alla nostra mamma con macchinari, tubi, flebo ed aghi, chiedo alla dottoressa conferma dell’ infarto, e Lei mi gela con una gentile risposta “magari si trattasse solo di un infarto, è in corso una fibrillazione maligna”. E’ qui che la mia scarsa cultura medica subisce un trauma perché ritenevo che l’ infarto potesse essere l’ anticamera per l’ accesso a forme di vita diversa… Invece “MAGARI FOSSE STATO UN INFARTO” e infatti vediamo salire due medici, anche in questo caso due donne, in divisa da emergenza con una valigetta contenente un defibrillatore, a conferma che la nostra mamma stava in realtà già varcando quella famosa anticamera per passare ad altra forma di vita. L’ intuito ma soprattutto la professionalità della Dr.ssa Amoruso Francesca, aveva previsto preventivamente quello che si sarebbe poi verificato. Nostra madre era in ARRESTO CARDIACO, una frazione di attimo per comunicarcelo, ed informarci che avrebbe provato a rianimarla con il defibrillatore, ed era già su di lei per riportarla con noi, il regalo più grande che potevamo ricevere è continuare a sentire i suoi rimproveri, vedere il suo sorriso, e godere delle sue carezze.
Oggi mercoledì 22 maggio ho fermato la Dr.ssa Amoruso per farle una richiesta che lei ha giudicato con un sorriso “strana”, avevo il desiderio di salutarla con un bacio per ringraziarla, la dottoressa non ha esitato ad accettare il mio bacio rimproverandomi però perché ciò che aveva fatto non era nulla di più che il suo ordinario lavoro, ma il rimprovero non è riuscito a mascherare i suoi occhi che brillavano di una luce che mi ha donato un emozione immensa perché ho potuto baciare e vedere negli occhi un ANGELO, si un vero ANGELO, come lo è il Dr. Giusti dirigente del reparto di cardiologia, tutti i medici, il personale paramedico, e tutti coloro che collaborano in questo reparto e nel pronto soccorso dell’ ospedale Don Tonino bello di Molfetta, ma ritengo comunque in tutti gli ospedali perché fare il medico non è solo una professione, ma è soprattutto una missione.
GRAZIE A TUTTI VOI e a coloro che sceglieranno questa professione per aver voluto dedicare la propria vita a guarire gli altri.
Leonardo Sgherza



ospedale molfetta 2011MOLFETTA.- Rilanciamo la lettera di un nostro lettore:

Voglio ma soprattutto DEVO lasciare qualcosa di scritto perché solo così rimanga una testimonianza a servizio di altri di ciò che il corso della nostra vita ci può riservare.


Un luogo ormai comune, frutto di notizie più da scoop giornalistico o da pettegolezzi da mercato , vede la sanità come un “malato cronico” della nostra società portando in evidenza quei casi dove per eventi sfortunati o per “mali” attribuiti ad altri (e qui non voglio entrare nello specifico altrimenti mi perderei su argomenti da risolvere altrove) medici , personale paramedico, personale vario sono al centro di disservizi, o come ormai lo identificano, casi di “malasanità”.
Io invece devo andare contro corrente dicendo ciò che la quotidianità del lavoro di questi professionisti riesce a svolgere in situazioni di emergenza con incredibile sacrificio anche della propria vita personale, il perché sono qui a raccontarlo.
Lunedì 20 maggio 2013 alle ore 23.30 circa ricevo la telefonata dalla mia mamma che a suo dire stava molto male, mi precipito con mio figlio Alessandro a casa e la trovo realmente in uno stato preoccupante, debole di colore bianco cera, sudata ma freddissima, in pochi attimi ci rendiamo conto che l’ unica cosa da fare è correre in ospedale, e con il pigiama che già indossava e con una vestaglia presa al volo, la mettiamo in macchina e di volata la portiamo al pronto soccorso del nostro ospedale qui a Molfetta.
Il personale preposto al ricevimento in un attimo, con una carrozzina, è allo sportello della mia auto, e l’ attimo dopo la mia mamma è monitorata dal medico di turno, Dr. Lasorella Michelangelo, con un elettrocardiogramma, premetto che uno dei due del personale OSS che l’ aveva accolta con la carrozzina aveva appena detto in dialetto molfettese rivolto a me ed al suo collega “ten nu infart” (ha un infarto) trovando la mia diffidenza ma il consenso del suo collega, ed in realtà aveva visto bene, infatti il medico dopo aver visionato il tracciato ci dice che era in corso una violenta aritmia tale da richiedere l’ immediato ricovero nel reparto di cardiologia. Dopo pochi minuti forse 2 o 3 dall’ arrivo al pronto soccorso mia madre è su di un lettino in reparto monitorata da medici e personale, che le prestano le cure necessarie, e ci comunicano che la situazione è seria e preoccupante in quanto sia l’ età, mia madre ha da poco compiuto 80 anni, sia lo stato fisico generale è tale da vera emergenza. I minuti passano in compagnia dei miei fratelli che nel frattempo ci hanno immediatamente raggiunti, tra sguardi preoccupati ed un frenetico muoversi di personale intorno alla nostra mamma con macchinari, tubi, flebo ed aghi, chiedo alla dottoressa conferma dell’ infarto, e Lei mi gela con una gentile risposta “magari si trattasse solo di un infarto, è in corso una fibrillazione maligna”. E’ qui che la mia scarsa cultura medica subisce un trauma perché ritenevo che l’ infarto potesse essere l’ anticamera per l’ accesso a forme di vita diversa… Invece “MAGARI FOSSE STATO UN INFARTO” e infatti vediamo salire due medici, anche in questo caso due donne, in divisa da emergenza con una valigetta contenente un defibrillatore, a conferma che la nostra mamma stava in realtà già varcando quella famosa anticamera per passare ad altra forma di vita. L’ intuito ma soprattutto la professionalità della Dr.ssa Amoruso Francesca, aveva previsto preventivamente quello che si sarebbe poi verificato. Nostra madre era in ARRESTO CARDIACO, una frazione di attimo per comunicarcelo, ed informarci che avrebbe provato a rianimarla con il defibrillatore, ed era già su di lei per riportarla con noi, il regalo più grande che potevamo ricevere è continuare a sentire i suoi rimproveri, vedere il suo sorriso, e godere delle sue carezze.
Oggi mercoledì 22 maggio ho fermato la Dr.ssa Amoruso per farle una richiesta che lei ha giudicato con un sorriso “strana”, avevo il desiderio di salutarla con un bacio per ringraziarla, la dottoressa non ha esitato ad accettare il mio bacio rimproverandomi però perché ciò che aveva fatto non era nulla di più che il suo ordinario lavoro, ma il rimprovero non è riuscito a mascherare i suoi occhi che brillavano di una luce che mi ha donato un emozione immensa perché ho potuto baciare e vedere negli occhi un ANGELO, si un vero ANGELO, come lo è il Dr. Giusti dirigente del reparto di cardiologia, tutti i medici, il personale paramedico, e tutti coloro che collaborano in questo reparto e nel pronto soccorso dell’ ospedale Don Tonino bello di Molfetta, ma ritengo comunque in tutti gli ospedali perché fare il medico non è solo una professione, ma è soprattutto una missione.
GRAZIE A TUTTI VOI e a coloro che sceglieranno questa professione per aver voluto dedicare la propria vita a guarire gli altri.
Leonardo Sgherza


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