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CARDINALE AMATO1MOLFETTA - La chiamata alla santità è universale. Non fa differenze di razze, lingue, culture. È la prima e riuscita “globalizzazione” della storia. Ne sono prova i santi di ogni epoca e di ogni Paese che hanno testimoniato con la loro vita la fedeltà a Cristo anche a costo della vita. Ne parla il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in questa intervista all’Osservatore Romano, alla vigilia delle sette canonizzazioni che Papa Francesco presiede in piazza San Pietro domenica 16 ottobre.

Un vescovo, tre sacerdoti, un religioso, una monaca, un laico: nei sette nuovi santi che Papa Francesco canonizza è rappresentato tutto il popolo di Dio. Qual è il filo conduttore di queste canonizzazioni?

George Bernard Shaw, introducendo il suo testo teatrale su Giovanna d’Arco, riteneva giunto il tempo di studiare la storia fondandosi sui santi. Infatti la Chiesa arricchisce enormemente la storia dell’umanità con la celebrazione di uomini e donne, grandi e piccoli, che non solo sono testimoni credibili del Vangelo, ma sono anche autentici ed efficaci benefattori dell’umanità, da loro ornata con valori che costituiscono il dna dell’uomo, come la bontà, la lealtà, il perdono, l’accoglienza, il sacrificio, la condivisione, la compassione, la misericordia. Il filo conduttore, quindi, che collega i sette nuovi santi è proprio la santità, declinata nei diversi stati di vita cristiana.

In che modo la provenienza geografica di queste figure rispecchia l’universalità della Chiesa?

Si tratta di persone che hanno vissuto la comunione con Cristo immersi profondamente nelle diverse culture del mondo. Teologicamente parlando, si potrebbe dire che i santi sono gli autentici protagonisti di ogni inculturazione della fede. È il Vangelo il dinamico laboratorio della formazione di un nuovo lessico cristiano, che esalta i valori positivi delle culture umane, purificandole da eventuali limiti e insufficienze. I santi riescono a vivere e a esprimere la loro identità evangelica nella loro lingua natale, anche se la loro grammatica e sintassi spirituale restano profondamente evangeliche. Così hanno fatto la nativa americana Kateri Tekakwitha, il daimyò giapponese Justus Takayama Ukon, il missionario indiano Joseph Vaz, il martire sudafricano Benedict Daswa, l’armeno Gregorio di Narek, il giovane filippino Pedro Calungsod.

Essi appartengono radicalmente al loro popolo ma, allo stesso tempo, fanno parte integrante di quell’esercito sconfinato di beati di ogni tribù, lingua e nazione, che ora vivono nella città di Dio. Con la canonizzazione di sette santi vissuti in culture e aree geografiche diverse la Chiesa mostra che nessuna cultura umana è estranea all’annuncio di Cristo. Anni fa in una certa zona ecclesiale gli studiosi pensavano che in Asia non vi fosse più posto per Gesù e il suo Vangelo di salvezza. In realtà, come poi la storia ha dimostrato, con gli esempi del martire Devasahaiam Pillai, della clarissa Alfonsa Muttathupadathu e di Teresa di Calcutta, in tutte le culture, anche quelle più antiche e prestigiose, il Vangelo può essere accolto e vissuto in modo esemplare, perché esalta l’autentica umanità presente nelle culture del mondo.

Tra i sacerdoti spicca la figura del cura Brochero, tanto cara a Papa Francesco. Cosa può insegnare ai preti del nostro tempo?

Il sacerdote argentino Gabriel Brochero o “el Cura gaucho”, come veniva familiarmente chiamato, era un sacerdote colto e santo. Il suo fecondo apostolato a dorso di una mula sgorgava dalla sua esperienza di Dio nutrita con la lettura assidua del Vangelo da lui conosciuto a memoria. Pur avendo concluso l’università di Córdoba con il titolo di maestro in filosofia, il suo linguaggio era semplice, non ricercato, fatto di parole ed espressioni locali, appartenenti al lessico popolare e facilmente comprensibili dai suoi fedeli. Questo linguaggio colloquiale, non accademico, aveva una precisa intenzionalità pastorale: far comprendere il Vangelo anche ai più deboli e incolti tra i suoi fedeli, che apprezzavano la sua originale lingua serrana. Il nostro beato aveva un vero dono delle lingue. La sua predicazione toccava i cuori, convertendo i peccatori più incalliti.

Se a prima vista il Brochero poteva apparire privo di finezza, conoscendolo e vedendo la perfetta coerenza della sua vita con il Vangelo, si scopriva la sua nobiltà umana e la sua ricchezza spirituale. Come la recente beata argentina Mama Antula, anche il cura Brochero, imbevuto della spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, diventò un araldo della diffusione del regno di Dio sotto la bandiera di Cristo. Lo stile dell’evangelizzazione brocheriana è caratterizzato dagli esercizi spirituali, bagno dell’anima, scuola delle virtù e morte dei vizi. Era convinto dell’efficacia degli esercizi spirituali per comunicare la luce della verità di Dio alle intelligenze e per far trionfare la grazia nei cuori più ribelli. Per questo organizzava molteplici turni, frequentati da fedeli sempre più numerosi. Predicava, confessava, dirigeva, assisteva gli esercitanti con grande premura.


CARDINALE AMATO1MOLFETTA - La chiamata alla santità è universale. Non fa differenze di razze, lingue, culture. È la prima e riuscita “globalizzazione” della storia. Ne sono prova i santi di ogni epoca e di ogni Paese che hanno testimoniato con la loro vita la fedeltà a Cristo anche a costo della vita. Ne parla il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in questa intervista all’Osservatore Romano, alla vigilia delle sette canonizzazioni che Papa Francesco presiede in piazza San Pietro domenica 16 ottobre.

Un vescovo, tre sacerdoti, un religioso, una monaca, un laico: nei sette nuovi santi che Papa Francesco canonizza è rappresentato tutto il popolo di Dio. Qual è il filo conduttore di queste canonizzazioni?

George Bernard Shaw, introducendo il suo testo teatrale su Giovanna d’Arco, riteneva giunto il tempo di studiare la storia fondandosi sui santi. Infatti la Chiesa arricchisce enormemente la storia dell’umanità con la celebrazione di uomini e donne, grandi e piccoli, che non solo sono testimoni credibili del Vangelo, ma sono anche autentici ed efficaci benefattori dell’umanità, da loro ornata con valori che costituiscono il dna dell’uomo, come la bontà, la lealtà, il perdono, l’accoglienza, il sacrificio, la condivisione, la compassione, la misericordia. Il filo conduttore, quindi, che collega i sette nuovi santi è proprio la santità, declinata nei diversi stati di vita cristiana.

In che modo la provenienza geografica di queste figure rispecchia l’universalità della Chiesa?

Si tratta di persone che hanno vissuto la comunione con Cristo immersi profondamente nelle diverse culture del mondo. Teologicamente parlando, si potrebbe dire che i santi sono gli autentici protagonisti di ogni inculturazione della fede. È il Vangelo il dinamico laboratorio della formazione di un nuovo lessico cristiano, che esalta i valori positivi delle culture umane, purificandole da eventuali limiti e insufficienze. I santi riescono a vivere e a esprimere la loro identità evangelica nella loro lingua natale, anche se la loro grammatica e sintassi spirituale restano profondamente evangeliche. Così hanno fatto la nativa americana Kateri Tekakwitha, il daimyò giapponese Justus Takayama Ukon, il missionario indiano Joseph Vaz, il martire sudafricano Benedict Daswa, l’armeno Gregorio di Narek, il giovane filippino Pedro Calungsod.

Essi appartengono radicalmente al loro popolo ma, allo stesso tempo, fanno parte integrante di quell’esercito sconfinato di beati di ogni tribù, lingua e nazione, che ora vivono nella città di Dio. Con la canonizzazione di sette santi vissuti in culture e aree geografiche diverse la Chiesa mostra che nessuna cultura umana è estranea all’annuncio di Cristo. Anni fa in una certa zona ecclesiale gli studiosi pensavano che in Asia non vi fosse più posto per Gesù e il suo Vangelo di salvezza. In realtà, come poi la storia ha dimostrato, con gli esempi del martire Devasahaiam Pillai, della clarissa Alfonsa Muttathupadathu e di Teresa di Calcutta, in tutte le culture, anche quelle più antiche e prestigiose, il Vangelo può essere accolto e vissuto in modo esemplare, perché esalta l’autentica umanità presente nelle culture del mondo.

Tra i sacerdoti spicca la figura del cura Brochero, tanto cara a Papa Francesco. Cosa può insegnare ai preti del nostro tempo?

Il sacerdote argentino Gabriel Brochero o “el Cura gaucho”, come veniva familiarmente chiamato, era un sacerdote colto e santo. Il suo fecondo apostolato a dorso di una mula sgorgava dalla sua esperienza di Dio nutrita con la lettura assidua del Vangelo da lui conosciuto a memoria. Pur avendo concluso l’università di Córdoba con il titolo di maestro in filosofia, il suo linguaggio era semplice, non ricercato, fatto di parole ed espressioni locali, appartenenti al lessico popolare e facilmente comprensibili dai suoi fedeli. Questo linguaggio colloquiale, non accademico, aveva una precisa intenzionalità pastorale: far comprendere il Vangelo anche ai più deboli e incolti tra i suoi fedeli, che apprezzavano la sua originale lingua serrana. Il nostro beato aveva un vero dono delle lingue. La sua predicazione toccava i cuori, convertendo i peccatori più incalliti.

Se a prima vista il Brochero poteva apparire privo di finezza, conoscendolo e vedendo la perfetta coerenza della sua vita con il Vangelo, si scopriva la sua nobiltà umana e la sua ricchezza spirituale. Come la recente beata argentina Mama Antula, anche il cura Brochero, imbevuto della spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, diventò un araldo della diffusione del regno di Dio sotto la bandiera di Cristo. Lo stile dell’evangelizzazione brocheriana è caratterizzato dagli esercizi spirituali, bagno dell’anima, scuola delle virtù e morte dei vizi. Era convinto dell’efficacia degli esercizi spirituali per comunicare la luce della verità di Dio alle intelligenze e per far trionfare la grazia nei cuori più ribelli. Per questo organizzava molteplici turni, frequentati da fedeli sempre più numerosi. Predicava, confessava, dirigeva, assisteva gli esercitanti con grande premura.

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