Banner sfondo 2 NEW OPTIC - OK nuovo 2017-2019

liceo_classico_giovani_ideeMolfetta - Il cantastorie era una figura molto popolare fino secondo dopoguerra. Andava in giro per le strade e, servendosi di un cartellone istoriato, raccontava delle storie che lui elaborava e, spesso, metteva in rima. Riproporre il cantastorie nell’epoca di internet e dei satelliti, vuole essere un modo per riallacciare i fili della storia e della tradizione locale molto spesso dimenticata.

GUARDA IL VIDEO...

Sesserriste è il soprannome dato ai confratelli della Confraternita della Visitazione. Sull’origine di questo nomignolo ci sono due ipotesi, una riguardante l’uso di pregare mormorando (perciò sussurrando), fatto però comune a quasi tutte le confraternite, l’altra si rifà ad una leggenda popolare e al viaggio che compirono alcuni confratelli a Napoli nel 1768 per registrare la neonata confraternita alla Real Camera di Santa Chiara. Quella che segue è la versione, in rima, di quella leggenda:

Fu al tempo di monsignor Orlandi
che si riunirono fabbri, muratori, fanti,
si misero insieme per una giusta ragione
e costituire una pia unione.
La statua ormai era ordinata,
“Visitazione” l’avevano chiamata;
la mozzetta decisero doveva esser rossa,
ma adesso bisognava darsi una mossa.
Trovato l’accordo sul nome da dare,
era necessario a Napoli andare
perché era urgente l’approvazione
per il permesso alla processione.
Tutti quel viaggio volevano fare,
anche perché non c’era nulla da pagare:
ogni spesa a carico della congrega
così, per togliere ogni bega,
si decisa di tirare a sorte
come era in uso alla “morte”
e, quando la commissione fu preparata,
da ogni fratello fu accettata.
Una condizione fu posta ai delegati,
ricordarsi di essere inviati
per una santa e giusta ragione
senza approfittare della situazione,
e di far presto fu lor comandato,
andare e tornare, tutto d’un fiato,
senza perder neppure un minuto
e non restare più del dovuto.
Si sa che la fretta è mal consigliera
e a Napoli giunsero prima di sera.
Più volte bussarono all’ufficio delegato
ma, chi si affacciò gridò “Maleducato!”
Lo sanno tutti che preti e “menzegnoere”
non lavorano mai durante la “condroere”,
perciò, dovendo del pempo passare,
decisero di andarsi a rifocillare
e approvarono la bella proposta
di andare in una cantina vicino la posta,
davanti a un bicchiere di rosso vino,
trascorrer le ore bevendo … pochino.
Giammai proposta fu più efferata,
non l’avessero mai approvata!
Nella cantina di un rozzo buzzurro,
chieser di bere del fine “sussurro”
e, non sapendo questi che cosa portare,
la ricetta a lui si misero a spiegare.
Il sussurro è una bevanda
che, se fatta come Cristo comanda,
ti manda in estasi, ti fa inebriare
e ogni malore dimenticare.
Prender si deve del liquore o del vino,
ma attenzione, del più genuino,
quindi occorre riscaldarlo,
lentamente … lentamente … bisogna farlo,
finché si sente il suo aroma
diventar più intenso e allora
si versa piano, delicatamente
in uh bicchiere, poi lentamente
assapora il nettare così creato,
poco alla volta, non tutto d’un fiato,
e, mentre compi questa bisogna…
shshshsh!!!  sussurra la bocca, la mente sogna.
Dopo il primo un secondo bicchiere arrivò
e, nemmeno al terzo ci si fermò,
poi fino a tardi continuarono a bere
dimenticandosi il loro dovere,
perciò ubriachi e con giusta ragione,
furono condotti dai gendarmi in prigione.
Dopo qualche giorno, con devozione,
si recarono all’ufficio per la registrazione,
compiuta la quale tornarono in fretta,
pensando ad una scusa da raccontare a Molfetta.
In chiesa andarono i malcapitati
e subitamente furono interrogati,
il loro ritardo dovevano spiegare
altrimenti c’era il conto da pagare.
Tante, tante furono le scuse accampate
ma da nessuno furono accettate,
fino a che stanchi di tante falsità,
alfine raccontarono la verità:
“Velite proprie sapè chére  ca n’à secciesse?
Tenèmme sècche e n’emme fatte né stizze,
e che nu sussurre è né bella brascioele,
à passate u orarie, emme arremèste daffoere”.
“Alloere site proprie sesserriste,
apprime a la chèndine e po’ penzite a Criste!
Pe chèsse dè mò SESSERRISTE v’onne da daisce,
pisce senza spàine, come a r’alaisce!”


liceo_classico_giovani_ideeMolfetta - Il cantastorie era una figura molto popolare fino secondo dopoguerra. Andava in giro per le strade e, servendosi di un cartellone istoriato, raccontava delle storie che lui elaborava e, spesso, metteva in rima. Riproporre il cantastorie nell’epoca di internet e dei satelliti, vuole essere un modo per riallacciare i fili della storia e della tradizione locale molto spesso dimenticata.

GUARDA IL VIDEO...

Sesserriste è il soprannome dato ai confratelli della Confraternita della Visitazione. Sull’origine di questo nomignolo ci sono due ipotesi, una riguardante l’uso di pregare mormorando (perciò sussurrando), fatto però comune a quasi tutte le confraternite, l’altra si rifà ad una leggenda popolare e al viaggio che compirono alcuni confratelli a Napoli nel 1768 per registrare la neonata confraternita alla Real Camera di Santa Chiara. Quella che segue è la versione, in rima, di quella leggenda:

Fu al tempo di monsignor Orlandi
che si riunirono fabbri, muratori, fanti,
si misero insieme per una giusta ragione
e costituire una pia unione.
La statua ormai era ordinata,
“Visitazione” l’avevano chiamata;
la mozzetta decisero doveva esser rossa,
ma adesso bisognava darsi una mossa.
Trovato l’accordo sul nome da dare,
era necessario a Napoli andare
perché era urgente l’approvazione
per il permesso alla processione.
Tutti quel viaggio volevano fare,
anche perché non c’era nulla da pagare:
ogni spesa a carico della congrega
così, per togliere ogni bega,
si decisa di tirare a sorte
come era in uso alla “morte”
e, quando la commissione fu preparata,
da ogni fratello fu accettata.
Una condizione fu posta ai delegati,
ricordarsi di essere inviati
per una santa e giusta ragione
senza approfittare della situazione,
e di far presto fu lor comandato,
andare e tornare, tutto d’un fiato,
senza perder neppure un minuto
e non restare più del dovuto.
Si sa che la fretta è mal consigliera
e a Napoli giunsero prima di sera.
Più volte bussarono all’ufficio delegato
ma, chi si affacciò gridò “Maleducato!”
Lo sanno tutti che preti e “menzegnoere”
non lavorano mai durante la “condroere”,
perciò, dovendo del pempo passare,
decisero di andarsi a rifocillare
e approvarono la bella proposta
di andare in una cantina vicino la posta,
davanti a un bicchiere di rosso vino,
trascorrer le ore bevendo … pochino.
Giammai proposta fu più efferata,
non l’avessero mai approvata!
Nella cantina di un rozzo buzzurro,
chieser di bere del fine “sussurro”
e, non sapendo questi che cosa portare,
la ricetta a lui si misero a spiegare.
Il sussurro è una bevanda
che, se fatta come Cristo comanda,
ti manda in estasi, ti fa inebriare
e ogni malore dimenticare.
Prender si deve del liquore o del vino,
ma attenzione, del più genuino,
quindi occorre riscaldarlo,
lentamente … lentamente … bisogna farlo,
finché si sente il suo aroma
diventar più intenso e allora
si versa piano, delicatamente
in uh bicchiere, poi lentamente
assapora il nettare così creato,
poco alla volta, non tutto d’un fiato,
e, mentre compi questa bisogna…
shshshsh!!!  sussurra la bocca, la mente sogna.
Dopo il primo un secondo bicchiere arrivò
e, nemmeno al terzo ci si fermò,
poi fino a tardi continuarono a bere
dimenticandosi il loro dovere,
perciò ubriachi e con giusta ragione,
furono condotti dai gendarmi in prigione.
Dopo qualche giorno, con devozione,
si recarono all’ufficio per la registrazione,
compiuta la quale tornarono in fretta,
pensando ad una scusa da raccontare a Molfetta.
In chiesa andarono i malcapitati
e subitamente furono interrogati,
il loro ritardo dovevano spiegare
altrimenti c’era il conto da pagare.
Tante, tante furono le scuse accampate
ma da nessuno furono accettate,
fino a che stanchi di tante falsità,
alfine raccontarono la verità:
“Velite proprie sapè chére  ca n’à secciesse?
Tenèmme sècche e n’emme fatte né stizze,
e che nu sussurre è né bella brascioele,
à passate u orarie, emme arremèste daffoere”.
“Alloere site proprie sesserriste,
apprime a la chèndine e po’ penzite a Criste!
Pe chèsse dè mò SESSERRISTE v’onne da daisce,
pisce senza spàine, come a r’alaisce!”

WEB TV

WEBtv