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u_re_couzzele_videoMolfetta - Giovanni Cozzoli nacque a Molfetta il 28 dicembre 1791 da Michele, mercante dedito ai traffici marini e da Raffaella Allegretti. Al tempo della nascita di Giovanni Cozzoli, la città di Molfetta faceva parte del regno di Napoli di cui erano monarchi i Borboni e sul trono sedeva re Ferdinando. Lo scoppio della rivoluzione francese aveva trovato impreparate le masse popolari meridionali, mentre la classe colta aveva guardato con entusiasmo all’affermarsi delle nuove idee.

GUARDA IL VIDEO...

A seguito della spedizione di Napoleone in Italia nel 1799 era stata dichiarata decaduta la monarchia e proclamata la Repubblica Partenopea che purtroppo ebbe breve vita. Ma nel 1806, un nuovo intervento dei francesi, aveva costretto ancora una volta il re a rifugiarsi in Sicilia, mentre sul trono di Napoli saliva Giuseppe Buonaparte che, nel 1808 aveva lasciato il potere a Gioacchino Murat. Giovanni Cozzoli ebbe modo di conoscere il nuovo sovrano nell’aprile del 1813 quando fu ospite nelle sale del palazzo paterno mentre, accompagnato dal generale Pietro Colletta era di passaggio per recarsi a Bari di cui si festeggiava la rinascita edilizia. Qualche anno più tardi il Cozzoli contrasse matrimonio con la baronessa Giuseppina Tortora Brayda, figlia del barone Emilio, che era stato direttore generale al Ministero delle Finanze. Per entrambi i contraenti la conclusione di un affare, non certo di una storia d’amore. Lo sposo portava in dote il titolo di Decurione, stante la propria rendita dai 200 ai 400 ducati; la sposa il palazzo dalla bella facciata settecentesca sul piazzale fronteggiante la porta di Bitonto (attuale piazza Vittorio Emanuele), venduto dagli eredi della estintasi famiglia Cavalletti ed acquistato dal barone Tortora Brayda per la propria figlia. Giovanni Cozzoli abbracciò ben presto le idee massone e carbonare tanto che nel 1830 lo troviamo Gran Maestro della loggia I Figli di Scevola di Molfetta  e, forse, risale a quegli anni il soprannome che il popolo molfettese gli attribuì, non certo per la sua fede, ma per la prodigalità verso le classi meno abbienti in occasione di carestie o pubbliche calamità: U re Couzzele.

E di pubbliche calamità ce n’erano parecchie in quegli anni, come il colera del 1847 che aveva provocato oltre 1.000 morti nella sola Molfetta, oppure, anche in assenza del colera o di qualche altra malattia, ad uccidere provvedeva la fame, la miseria o la mancanza di igiene che provvedevano da sole  a far morire oltre il 60% dei bambini al di sotto dei 7 anni. Tuttavia, anche se a Molfetta il numero dei possidenti non era elevato, secondo le parole del Romano “il lusso è alquanto eccedente, onde veggonsi gli artieri e le donne di loro appartenenza gareggiare col ceto dei ricchi. Il lusso ostentato convive con la povertà dei pescatori, ai quali si dà l’appellativo di miseri e infelici e il loro guadagno giornaliero si considera miserabile”.

Quando il 19 giugno 1848 quando si paventava un intervento delle truppe regie per sedare la rivolta scoppiata nelle province del Regno delle due Sicilie dopo i fatti di Napoli del 15 maggio 1848, 113 molfettesi firmarono una “decisione” che li impegnava a resistere alle truppe borboniche. A Molfetta il 24 giugno gli insorti, al grido di “Viva l’Italia e morte al borbone” si radunarono sotto le finestre del palazzo di Giovanni Cozzoli. Costui in precedenza, come reazione economica al monopolio del governo, con altri armatori della marina mercantile, aveva commesso atti di contrabbando e, col guadagno ricavato dalla vendita delle merci sottratte al dazio, aveva acquistato numerose armi da fuoco. Per sedare i tumulti ed eliminare i cospiratori, il governo borbonico aveva inviato in Puglia il generale Colonna che era giunto a Molfetta il 29 luglio con tre reggimenti di cavalleria. Al sindaco Fraggiacomo che gli si era recato incontro per supplicarlo di risparmiare la nostra città, il generale chiese la resa incondizionata del Cozzoli e dei suoi seguaci che volevano tentare una resistenza nei pressi del palazzo Cavalletti.U re Couzzele, consapevole dell’assurdità dell’impresa, sciolse la milizia e, insieme a molti suoi compagni, si dette alla fuga. Quando le truppe del Colonna entrarono in Molfetta, nelle cantine del palazzo Cozzoli trovarono armi, proiettili, sacchetti di polvere da sparo e documenti comprovanti l’esistenza di un’organizzazione rivoluzionaria. Presso la Corte Criminale di Trani nel 1849 si aprì un processo contro i rivoluzionari di Molfetta:
Vincenzo Sigismondi del fu Ignazio di anni 47 - proprietario
Saverio Sigismondi di Vincenzo di anni 25 - proprietario
Zaccaria Gallo di Carmine di anni 41 - agrimensore
Pasquale Altomare del fu Giuseppe di anni 46 - proprietario
Costantino Panunzio del fu Nicola di anni 34 - farmacista
Luigi Poli di Giuseppe di anni 47 - droghiere
Vincenzo Gallo del fu Carmine di anni 35 - marinaro
Luigi Marinelli Giovine del fu Nicola di anni 46 - legale
Tommaso Abbattista di Nicola di anni 32 - marinaro
Accusati di “cospirazione diretta a cambiare la forma di governo”.

Dagli atti del processo: “La gran Corte, dal processo scritto e dalla pubblica discussione ha rilevato e ritenuto che lo scopo triplice e spaventevole che ribalda gente, siano stati in primis, la distruzione della Chiesa Cattolica, anzi di qualunque culto; in secundis, il rovescio dei troni e delle monarchie che sono le basi ed il fondamento della umana felicità; in terzis, l’abbattimento dell’ordine sociale. E, se i presenti son presi da meraviglia e da stupore, le generazioni che verranno, negheranno fede e credenza leggendo la storia degli avvenimenti succeduti nel 1848 con sorprendente rapidità. Ma, sfortunatamente, i fatti stanno. I più gravi disordini non sarebbero avvenuti senza il concetto e la tracotanza di uno solo il quale seppe con l’ardimento imporre timore nei buoni. Senza un Giovanni Cozzoli, capo dei contrabbandieri, Molfetta, bella e popolosa città delle più bella provincia del Reame delle due Sicilie, non deplorerebbe ora di vedere parecchi dei suoi concittadini profughi o sottoposti a giudizio”.

Se queste erano le accuse nei confronti del Cozzoli e dei suoi amici, quali furono le condanne?
Vincenzo Sigismondi fu condannato a 28 anni di ferri.
Zaccaria Gallo, Pasquale Altomare, Costantino Panunzio e Luigi Poli ad anni 25 di ferri ciascuno.
Luigi Marinelli a 10 anni di reclusione.
Vincenzo Gallo e Saverio Sigismondi furono posti in libertà provvisoria.
Tommaso Abbatista fu assolto.

E “u re Couzzele”? Condannato a morte in contumacia, andò dapprima a Roma, dove partecipò alla difesa della repubblica romana, poi si trasferì in Francia dove visse esule tra Mariglia e Nizza. Nel 1860 i volontari partiti da Genova con alla testa Giuseppe Garibaldi liberarono dai Borboni il Regno delle due Sicilie e un plebiscito decise l’annessione dell’Italia Meridionale al regno sabaudo di Vittorio Emanuele II. Anche Molfetta votò per l’annessione. A favore si espressero in 5.703, contrari solamente 3. Sindaco della città fu nominato Mauro de Judicibus, comandante provvisorio della guardia nazionale Sergio Fontana. Ottavio Tupputi, vecchio amico di Cozzoli fu eletto deputato del collegio di Molfetta.
Giovanni Cozzoli rientrò a Molfetta nel 1862. Colui che pure era stato definito “u re” appariva il relitto di un naufrago: malandato in salute e con una grave infermità agli occhi che lo aveva reso quasi cieco. Tuttavia, appena si sparse la voce del suo rientro, i vecchi compagni d’armi andarono ad attenderlo sulla strada per Bisceglie e, come si usava per le grandi interpreti, sciolsero i cavalli e trascinarono  la carrozza fino alla nuova abitazione al largo Piscina Comune. Il palazzo Cavalletti era tornato alla famiglia Tortora Brayda, poiché, non avendo figli, la baronessa Giuseppina aveva lasciato ogni suo avere ai propri familiari, compreso il palazzo. “U re” non aveva più nulla, tutti i suoi averi erano stati confiscati perciò concluse la propria vita in povertà. Giovanni Cozzoli, detto “U re Couzzele” morì il 29 ottobre 1864.

Vi conto la storia di Cozzoli Giovanni
Che visse a Molfetta or son duecent’anni,
e da forte lottò per tutta la vita
contro i tiranni per l’Italia unita.

Era giovane ancora quando incontrò
Liborio Romano che lo affascinò,
perciò decise di dedicare la vita
all’idea dell’Italia, che sognava unita.
Divenne massone, poi carbonaro,
e fondò a Molfetta  un gruppo assai raro,
formato da uomini di fede provata,
senza timore per la lotta armata.
Per il suo impegno ed il suo ardore,
fu chiamato “ Re COUZZELE”, il cospiratore,
ma, pure se “RE” era chiamato,
la repubblica avea come idea di stato,
e, insieme all’idea repubblicana,
voleva un’Italia libera e sovrana.
Prese parte ai moti dell’821,
e a quelli seguenti dell’831,
sebbene sconfitto continuò a lottare
per l’unità d’Italia, che voleva realizzare.
Così quando nel 48 una rivolta scoppiò,
come sempre re Couzzele, la capeggiò.

Tutto era cominciato a gennaio,
un mese freddo, non certo gaio,
però in Sicilia, come si sa,
i mandorli in fiore lo sono già,
e, approfittando allor del clima mite,
le donne a Palermo, molto agguerrite,
insorsero contro i soldati borboni,
e, insieme agli uomini, cacciarono i felloni.
Parigi insorse il mese seguente,
poi la rivolta bruciò il continente,
e, prima a Vienna, poi a Berlino,
il popolo segnò il proprio destino.
Dopo Palermo, anche Napoli insorse,
e la rivolta le province coinvolse,
perciò Ferdinando, re mascalzone,
concesse al popolo la Costituzione.
Il 15 aprile, si andò a votare,
e allora il re cominciò a tremare,
molti degli eletti, eran rivoluzionari,
e volean immischiarsi nei suoi affari,
e, in più, i contadini avevano occupato
le terre che i nobili avevano rubato,
mentre gli operai, stanchi di aspettare,
volean presto anche loro votare.
Anche a Molfetta,dove si era formata,
una milizia nazionale, dal Cozzoli guidata,
c’era forte contrasto tra la nobiltà
e il popolo anelante la libertà.
Gli operai chiedevan riforme radicali,
che i nobili temevan come peggiore dei mali,
e quando Ferdinando sciolse il parlamento,
il popolo insorse contro quel tradimento,
e a Napoli eresse molte barricate
che dai soldati del re furon sbaragliate.
In molti perirono là nelle strade,
uccisi dai cannoni, dai fucili, dalle spade,
e, insieme agli altri, Luigi La Vista
morì a vent’anni, da giovane idealista.
Dopo la strage nella capitale,
le province adesso bisognava sedare,
così un esercito fu inviato
a reprimere il moto colà scoppiato.
In tutta la Puglia ci fu rivolta,
che il Cozzoli guidò anche questa volta,
ma Marcantonio Colonna, generale senza cuore,
sedò la rivolta nel sangue e nel dolore;
e, dopo la repressione nelle altre città,
venne a Molfetta, quel cane senza pietà.
La nostra città era preparata
e, per non subire una sorte ingrata,
113 eroi si disser pronti a morire
per difender gli ideali che vedevan tradire.
Oltre al Cozzoli, nominato comandante,
Giovanni Pansini lo seguì all’istante,
i nomi degli altri non ve li sto a contare
son scritti nei cuori di chi sa lottare
e sempre combatte per la libertà
contro l’ingiustizia e la malvagità.
Le forze del Colonna erano ingenti,
avevan cannoni e tre reggimenti,
mentre i patrioti, con pochi fucili,
volean resistere a quegli assassini.
Presso il santuario della Madonna,
fermò le truppe il generale Colonna,
lanciò a Molfetta un ultimatum di resa,
altrimenti con le armi l’avrebbe presa:
consegnare le armi, arrestare i cospiratori,
per evitare lacrime morte e dolori.
Ma i nostri patrioti, col Cozzoli in testa,
volevan resistere con le armi in resta.
Il sindaco Fraggiacomo, con altri consiglieri,
il Cozzoli invitò a più miti pensieri,
bisognava evitare il confronto coi soldati
che eran numerosi e molto ben armati,
mentre i patrioti, sebbene coraggiosi,
non erano certo molto numerosi.
Allor per non spargere sangue innocente,
Re Couzzele si rivolse alla sua gente,
e in silenzio li invitò ad abbandonare Molfetta,
cosa che fecero in tutta fretta,
lasciando la città in mano ai soldati
mentre loro all’esilio erano condannati.
Ma  lo spirito rivoluzionario che avevano nel cuore,
li accompagnò dovunque ci fosse dolore,
e andarono raminghi di terra in terra
sfidando la morte in ogni guerra
dove si lottava per la libertà
e ridar ad ogni popolo la dignità.


u_re_couzzele_videoMolfetta - Giovanni Cozzoli nacque a Molfetta il 28 dicembre 1791 da Michele, mercante dedito ai traffici marini e da Raffaella Allegretti. Al tempo della nascita di Giovanni Cozzoli, la città di Molfetta faceva parte del regno di Napoli di cui erano monarchi i Borboni e sul trono sedeva re Ferdinando. Lo scoppio della rivoluzione francese aveva trovato impreparate le masse popolari meridionali, mentre la classe colta aveva guardato con entusiasmo all’affermarsi delle nuove idee.

GUARDA IL VIDEO...

A seguito della spedizione di Napoleone in Italia nel 1799 era stata dichiarata decaduta la monarchia e proclamata la Repubblica Partenopea che purtroppo ebbe breve vita. Ma nel 1806, un nuovo intervento dei francesi, aveva costretto ancora una volta il re a rifugiarsi in Sicilia, mentre sul trono di Napoli saliva Giuseppe Buonaparte che, nel 1808 aveva lasciato il potere a Gioacchino Murat. Giovanni Cozzoli ebbe modo di conoscere il nuovo sovrano nell’aprile del 1813 quando fu ospite nelle sale del palazzo paterno mentre, accompagnato dal generale Pietro Colletta era di passaggio per recarsi a Bari di cui si festeggiava la rinascita edilizia. Qualche anno più tardi il Cozzoli contrasse matrimonio con la baronessa Giuseppina Tortora Brayda, figlia del barone Emilio, che era stato direttore generale al Ministero delle Finanze. Per entrambi i contraenti la conclusione di un affare, non certo di una storia d’amore. Lo sposo portava in dote il titolo di Decurione, stante la propria rendita dai 200 ai 400 ducati; la sposa il palazzo dalla bella facciata settecentesca sul piazzale fronteggiante la porta di Bitonto (attuale piazza Vittorio Emanuele), venduto dagli eredi della estintasi famiglia Cavalletti ed acquistato dal barone Tortora Brayda per la propria figlia. Giovanni Cozzoli abbracciò ben presto le idee massone e carbonare tanto che nel 1830 lo troviamo Gran Maestro della loggia I Figli di Scevola di Molfetta  e, forse, risale a quegli anni il soprannome che il popolo molfettese gli attribuì, non certo per la sua fede, ma per la prodigalità verso le classi meno abbienti in occasione di carestie o pubbliche calamità: U re Couzzele.

E di pubbliche calamità ce n’erano parecchie in quegli anni, come il colera del 1847 che aveva provocato oltre 1.000 morti nella sola Molfetta, oppure, anche in assenza del colera o di qualche altra malattia, ad uccidere provvedeva la fame, la miseria o la mancanza di igiene che provvedevano da sole  a far morire oltre il 60% dei bambini al di sotto dei 7 anni. Tuttavia, anche se a Molfetta il numero dei possidenti non era elevato, secondo le parole del Romano “il lusso è alquanto eccedente, onde veggonsi gli artieri e le donne di loro appartenenza gareggiare col ceto dei ricchi. Il lusso ostentato convive con la povertà dei pescatori, ai quali si dà l’appellativo di miseri e infelici e il loro guadagno giornaliero si considera miserabile”.

Quando il 19 giugno 1848 quando si paventava un intervento delle truppe regie per sedare la rivolta scoppiata nelle province del Regno delle due Sicilie dopo i fatti di Napoli del 15 maggio 1848, 113 molfettesi firmarono una “decisione” che li impegnava a resistere alle truppe borboniche. A Molfetta il 24 giugno gli insorti, al grido di “Viva l’Italia e morte al borbone” si radunarono sotto le finestre del palazzo di Giovanni Cozzoli. Costui in precedenza, come reazione economica al monopolio del governo, con altri armatori della marina mercantile, aveva commesso atti di contrabbando e, col guadagno ricavato dalla vendita delle merci sottratte al dazio, aveva acquistato numerose armi da fuoco. Per sedare i tumulti ed eliminare i cospiratori, il governo borbonico aveva inviato in Puglia il generale Colonna che era giunto a Molfetta il 29 luglio con tre reggimenti di cavalleria. Al sindaco Fraggiacomo che gli si era recato incontro per supplicarlo di risparmiare la nostra città, il generale chiese la resa incondizionata del Cozzoli e dei suoi seguaci che volevano tentare una resistenza nei pressi del palazzo Cavalletti.U re Couzzele, consapevole dell’assurdità dell’impresa, sciolse la milizia e, insieme a molti suoi compagni, si dette alla fuga. Quando le truppe del Colonna entrarono in Molfetta, nelle cantine del palazzo Cozzoli trovarono armi, proiettili, sacchetti di polvere da sparo e documenti comprovanti l’esistenza di un’organizzazione rivoluzionaria. Presso la Corte Criminale di Trani nel 1849 si aprì un processo contro i rivoluzionari di Molfetta:
Vincenzo Sigismondi del fu Ignazio di anni 47 - proprietario
Saverio Sigismondi di Vincenzo di anni 25 - proprietario
Zaccaria Gallo di Carmine di anni 41 - agrimensore
Pasquale Altomare del fu Giuseppe di anni 46 - proprietario
Costantino Panunzio del fu Nicola di anni 34 - farmacista
Luigi Poli di Giuseppe di anni 47 - droghiere
Vincenzo Gallo del fu Carmine di anni 35 - marinaro
Luigi Marinelli Giovine del fu Nicola di anni 46 - legale
Tommaso Abbattista di Nicola di anni 32 - marinaro
Accusati di “cospirazione diretta a cambiare la forma di governo”.

Dagli atti del processo: “La gran Corte, dal processo scritto e dalla pubblica discussione ha rilevato e ritenuto che lo scopo triplice e spaventevole che ribalda gente, siano stati in primis, la distruzione della Chiesa Cattolica, anzi di qualunque culto; in secundis, il rovescio dei troni e delle monarchie che sono le basi ed il fondamento della umana felicità; in terzis, l’abbattimento dell’ordine sociale. E, se i presenti son presi da meraviglia e da stupore, le generazioni che verranno, negheranno fede e credenza leggendo la storia degli avvenimenti succeduti nel 1848 con sorprendente rapidità. Ma, sfortunatamente, i fatti stanno. I più gravi disordini non sarebbero avvenuti senza il concetto e la tracotanza di uno solo il quale seppe con l’ardimento imporre timore nei buoni. Senza un Giovanni Cozzoli, capo dei contrabbandieri, Molfetta, bella e popolosa città delle più bella provincia del Reame delle due Sicilie, non deplorerebbe ora di vedere parecchi dei suoi concittadini profughi o sottoposti a giudizio”.

Se queste erano le accuse nei confronti del Cozzoli e dei suoi amici, quali furono le condanne?
Vincenzo Sigismondi fu condannato a 28 anni di ferri.
Zaccaria Gallo, Pasquale Altomare, Costantino Panunzio e Luigi Poli ad anni 25 di ferri ciascuno.
Luigi Marinelli a 10 anni di reclusione.
Vincenzo Gallo e Saverio Sigismondi furono posti in libertà provvisoria.
Tommaso Abbatista fu assolto.

E “u re Couzzele”? Condannato a morte in contumacia, andò dapprima a Roma, dove partecipò alla difesa della repubblica romana, poi si trasferì in Francia dove visse esule tra Mariglia e Nizza. Nel 1860 i volontari partiti da Genova con alla testa Giuseppe Garibaldi liberarono dai Borboni il Regno delle due Sicilie e un plebiscito decise l’annessione dell’Italia Meridionale al regno sabaudo di Vittorio Emanuele II. Anche Molfetta votò per l’annessione. A favore si espressero in 5.703, contrari solamente 3. Sindaco della città fu nominato Mauro de Judicibus, comandante provvisorio della guardia nazionale Sergio Fontana. Ottavio Tupputi, vecchio amico di Cozzoli fu eletto deputato del collegio di Molfetta.
Giovanni Cozzoli rientrò a Molfetta nel 1862. Colui che pure era stato definito “u re” appariva il relitto di un naufrago: malandato in salute e con una grave infermità agli occhi che lo aveva reso quasi cieco. Tuttavia, appena si sparse la voce del suo rientro, i vecchi compagni d’armi andarono ad attenderlo sulla strada per Bisceglie e, come si usava per le grandi interpreti, sciolsero i cavalli e trascinarono  la carrozza fino alla nuova abitazione al largo Piscina Comune. Il palazzo Cavalletti era tornato alla famiglia Tortora Brayda, poiché, non avendo figli, la baronessa Giuseppina aveva lasciato ogni suo avere ai propri familiari, compreso il palazzo. “U re” non aveva più nulla, tutti i suoi averi erano stati confiscati perciò concluse la propria vita in povertà. Giovanni Cozzoli, detto “U re Couzzele” morì il 29 ottobre 1864.

Vi conto la storia di Cozzoli Giovanni
Che visse a Molfetta or son duecent’anni,
e da forte lottò per tutta la vita
contro i tiranni per l’Italia unita.

Era giovane ancora quando incontrò
Liborio Romano che lo affascinò,
perciò decise di dedicare la vita
all’idea dell’Italia, che sognava unita.
Divenne massone, poi carbonaro,
e fondò a Molfetta  un gruppo assai raro,
formato da uomini di fede provata,
senza timore per la lotta armata.
Per il suo impegno ed il suo ardore,
fu chiamato “ Re COUZZELE”, il cospiratore,
ma, pure se “RE” era chiamato,
la repubblica avea come idea di stato,
e, insieme all’idea repubblicana,
voleva un’Italia libera e sovrana.
Prese parte ai moti dell’821,
e a quelli seguenti dell’831,
sebbene sconfitto continuò a lottare
per l’unità d’Italia, che voleva realizzare.
Così quando nel 48 una rivolta scoppiò,
come sempre re Couzzele, la capeggiò.

Tutto era cominciato a gennaio,
un mese freddo, non certo gaio,
però in Sicilia, come si sa,
i mandorli in fiore lo sono già,
e, approfittando allor del clima mite,
le donne a Palermo, molto agguerrite,
insorsero contro i soldati borboni,
e, insieme agli uomini, cacciarono i felloni.
Parigi insorse il mese seguente,
poi la rivolta bruciò il continente,
e, prima a Vienna, poi a Berlino,
il popolo segnò il proprio destino.
Dopo Palermo, anche Napoli insorse,
e la rivolta le province coinvolse,
perciò Ferdinando, re mascalzone,
concesse al popolo la Costituzione.
Il 15 aprile, si andò a votare,
e allora il re cominciò a tremare,
molti degli eletti, eran rivoluzionari,
e volean immischiarsi nei suoi affari,
e, in più, i contadini avevano occupato
le terre che i nobili avevano rubato,
mentre gli operai, stanchi di aspettare,
volean presto anche loro votare.
Anche a Molfetta,dove si era formata,
una milizia nazionale, dal Cozzoli guidata,
c’era forte contrasto tra la nobiltà
e il popolo anelante la libertà.
Gli operai chiedevan riforme radicali,
che i nobili temevan come peggiore dei mali,
e quando Ferdinando sciolse il parlamento,
il popolo insorse contro quel tradimento,
e a Napoli eresse molte barricate
che dai soldati del re furon sbaragliate.
In molti perirono là nelle strade,
uccisi dai cannoni, dai fucili, dalle spade,
e, insieme agli altri, Luigi La Vista
morì a vent’anni, da giovane idealista.
Dopo la strage nella capitale,
le province adesso bisognava sedare,
così un esercito fu inviato
a reprimere il moto colà scoppiato.
In tutta la Puglia ci fu rivolta,
che il Cozzoli guidò anche questa volta,
ma Marcantonio Colonna, generale senza cuore,
sedò la rivolta nel sangue e nel dolore;
e, dopo la repressione nelle altre città,
venne a Molfetta, quel cane senza pietà.
La nostra città era preparata
e, per non subire una sorte ingrata,
113 eroi si disser pronti a morire
per difender gli ideali che vedevan tradire.
Oltre al Cozzoli, nominato comandante,
Giovanni Pansini lo seguì all’istante,
i nomi degli altri non ve li sto a contare
son scritti nei cuori di chi sa lottare
e sempre combatte per la libertà
contro l’ingiustizia e la malvagità.
Le forze del Colonna erano ingenti,
avevan cannoni e tre reggimenti,
mentre i patrioti, con pochi fucili,
volean resistere a quegli assassini.
Presso il santuario della Madonna,
fermò le truppe il generale Colonna,
lanciò a Molfetta un ultimatum di resa,
altrimenti con le armi l’avrebbe presa:
consegnare le armi, arrestare i cospiratori,
per evitare lacrime morte e dolori.
Ma i nostri patrioti, col Cozzoli in testa,
volevan resistere con le armi in resta.
Il sindaco Fraggiacomo, con altri consiglieri,
il Cozzoli invitò a più miti pensieri,
bisognava evitare il confronto coi soldati
che eran numerosi e molto ben armati,
mentre i patrioti, sebbene coraggiosi,
non erano certo molto numerosi.
Allor per non spargere sangue innocente,
Re Couzzele si rivolse alla sua gente,
e in silenzio li invitò ad abbandonare Molfetta,
cosa che fecero in tutta fretta,
lasciando la città in mano ai soldati
mentre loro all’esilio erano condannati.
Ma  lo spirito rivoluzionario che avevano nel cuore,
li accompagnò dovunque ci fosse dolore,
e andarono raminghi di terra in terra
sfidando la morte in ogni guerra
dove si lottava per la libertà
e ridar ad ogni popolo la dignità.

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