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paolacorrieri150518Molfetta. Spesso si tende a giudicare i giovani con troppa superficialità o non si fa esprimere loro quello che pensano, sognano e come vedono il mondo e le diverse situazioni in cui sono coinvolti. Lo stesso Papa Francesco ha invitato più volte a dare voce ai ragazzi a mettersi in loro ascolto. Per questo vogliamo riportare la riflessione lucida e profonda di una allieva del Liceo Classico, pronta ad affrontare l'importante impegno degli esami di stato.

"Che “πάντα ῥεῖ” e “tempus fugit” ce ne siamo accorti tutti al Liceo Classico “Leonardo Da Vinci”. E non ci stancheremo mai di sentircelo dire: prima Eraclito, Virgilio, Orazio, poi Seneca, poi anche Leopardi fino a Dalì nel ‘900 (e la lista potrebbe continuare) ce l’hanno ripetuto così tante volte, che adesso ogni singolo alunno di questo liceo ne è ciecamente convinto, anche se, prima di entrarci, non ci aveva nemmeno mai fatto caso.
Ma non avrei mai immaginato che cinque anni, che sarebbero dovuti essere lunghissimi e barbosissimi, sarebbero passati così velocemente, quasi in un battito di ciglia. Oggi, oltrepassando il cancello dell’entrata, ho sentito un brivido scorrere lungo la schiena: è il 14 Maggio e manca meno di un mese alla fine della scuola. Di solito, durante questo periodo dell’anno, gli occhi di tutti gli studenti si accendono di una luce particolare: tutti sono coscienti che l’anno scolastico sta per finire e sentono già in lontananza l’eco dell’ultima campanella che annuncia la fine della scuola. Per gli studenti di terza liceo, invece, quello stesso suono significherà la fine di un percorso che ha seguito una rotta tracciata e l’inizio di una avventura nell’ignoto, un viaggio oltre le colonne d’Ercole. Dopo essermi iscritta a questo liceo, moltissime volte ho dovuto tollerare che mi venisse detto che “il liceo classico è una scuola morta” o che “non serve a niente studiare lingue morte”.
In quarto ginnasio non sapevo rispondere; ma ora ho capito che sono proprio gli studenti che, studiando e approfondendo ciò che studiano, fanno rivivere il greco, il latino, la letteratura antica. Il liceo classico è, anzi, una scuola viva, che “palpita” continuamente grazie alla passione che si accende nei suoi studenti, quando vengono a contatto con la Storia e con i grandi uomini del passato. Perché, in fondo, al classico si impara che “siamo nani sulle spalle dei giganti.” Ed è proprio grazie all’informazione e alla cultura assimilata durante questi cinque anni, che sono diventata “grande” e riesco a guardare ciò che accade tutti i giorni con occhi diversi e, forse, lungimiranti. Ricordo ancora le primissime lezioni di filosofia in primo liceo: tornavo a casa con un gran mal di testa, ma ero entusiasta, perché non mi capacitavo di come gli antichi fossero riusciti a capire così tante cose della realtà senza utilizzare telescopi o computer, solo con la forza dell’immaginazione. La storia dell’arte ha stimolato la mia creatività, il greco e il latino mi hanno incuriosita, affascinata e mi hanno insegnato ad andare fiera delle mie origini. Non nascondo, però, che con alcune materie non ho avuto un rapporto così felice: quante volte ho maledetto Democrito, Pitagora e Euclide, per aver messo a punto teoremi ed assiomi che mi facevano sembrare le lezioni di matematica e scienze interminabili e invalicabili. Eppure, solo quest’anno, ammetto di aver pensato che, forse, anche quelle materie tanto odiate mi mancheranno alla fine della scuola.
Mi è anche stato detto che “gli studenti del classico sono proprio noiosi” e questo non so giudicarlo: trascorriamo inevitabilmente il sabato sera a discutere di scuola, a contestare la realtà contemporanea, a sognare un domani diverso, a costruire un futuro migliore. Se ciò significa essere noiosi, allora lo siamo davvero e ne andiamo fieri. Ricorderò sempre con affetto questa scuola, che mi ha fatta diventare la persona che sono oggi, molto diversa dalla timida e insicura “me” di pochi anni fa. Credo proprio di poter dire ora, col senno di poi, che questi ultimi cinque anni siano stati quelli più belli. Questa scuola, con il tempo, è diventata la mia seconda famiglia: i corridoi mi hanno vista ridere e sognare, le aule mi hanno sentita parlare, pensare, a volte anche arrabbiarmi; le persone al loro interno mi hanno aiutato a crescere. Ho conosciuto tra i banchi alcuni degli amici più importanti della mia vita, che mi hanno insegnato a comprendere e ad amare il rapporto con l’altro e il diverso. Non dimenticherò mai i docenti che sono riusciti a farmi appassionare alla cultura umanistica, così tanto da convincermi a continuarne gli studi anche dopo il liceo, e i docenti che sono riusciti a farmi apprezzare anche le materie che mi sembravano così difficili da amare.
Questa scuola costituisce un pezzo di Storia importante nella mia vita e nel mio cuore che, come il greco Tucidide direbbe, sarà “possesso per sempre”.


paolacorrieri150518Molfetta. Spesso si tende a giudicare i giovani con troppa superficialità o non si fa esprimere loro quello che pensano, sognano e come vedono il mondo e le diverse situazioni in cui sono coinvolti. Lo stesso Papa Francesco ha invitato più volte a dare voce ai ragazzi a mettersi in loro ascolto. Per questo vogliamo riportare la riflessione lucida e profonda di una allieva del Liceo Classico, pronta ad affrontare l'importante impegno degli esami di stato.

"Che “πάντα ῥεῖ” e “tempus fugit” ce ne siamo accorti tutti al Liceo Classico “Leonardo Da Vinci”. E non ci stancheremo mai di sentircelo dire: prima Eraclito, Virgilio, Orazio, poi Seneca, poi anche Leopardi fino a Dalì nel ‘900 (e la lista potrebbe continuare) ce l’hanno ripetuto così tante volte, che adesso ogni singolo alunno di questo liceo ne è ciecamente convinto, anche se, prima di entrarci, non ci aveva nemmeno mai fatto caso.
Ma non avrei mai immaginato che cinque anni, che sarebbero dovuti essere lunghissimi e barbosissimi, sarebbero passati così velocemente, quasi in un battito di ciglia. Oggi, oltrepassando il cancello dell’entrata, ho sentito un brivido scorrere lungo la schiena: è il 14 Maggio e manca meno di un mese alla fine della scuola. Di solito, durante questo periodo dell’anno, gli occhi di tutti gli studenti si accendono di una luce particolare: tutti sono coscienti che l’anno scolastico sta per finire e sentono già in lontananza l’eco dell’ultima campanella che annuncia la fine della scuola. Per gli studenti di terza liceo, invece, quello stesso suono significherà la fine di un percorso che ha seguito una rotta tracciata e l’inizio di una avventura nell’ignoto, un viaggio oltre le colonne d’Ercole. Dopo essermi iscritta a questo liceo, moltissime volte ho dovuto tollerare che mi venisse detto che “il liceo classico è una scuola morta” o che “non serve a niente studiare lingue morte”.
In quarto ginnasio non sapevo rispondere; ma ora ho capito che sono proprio gli studenti che, studiando e approfondendo ciò che studiano, fanno rivivere il greco, il latino, la letteratura antica. Il liceo classico è, anzi, una scuola viva, che “palpita” continuamente grazie alla passione che si accende nei suoi studenti, quando vengono a contatto con la Storia e con i grandi uomini del passato. Perché, in fondo, al classico si impara che “siamo nani sulle spalle dei giganti.” Ed è proprio grazie all’informazione e alla cultura assimilata durante questi cinque anni, che sono diventata “grande” e riesco a guardare ciò che accade tutti i giorni con occhi diversi e, forse, lungimiranti. Ricordo ancora le primissime lezioni di filosofia in primo liceo: tornavo a casa con un gran mal di testa, ma ero entusiasta, perché non mi capacitavo di come gli antichi fossero riusciti a capire così tante cose della realtà senza utilizzare telescopi o computer, solo con la forza dell’immaginazione. La storia dell’arte ha stimolato la mia creatività, il greco e il latino mi hanno incuriosita, affascinata e mi hanno insegnato ad andare fiera delle mie origini. Non nascondo, però, che con alcune materie non ho avuto un rapporto così felice: quante volte ho maledetto Democrito, Pitagora e Euclide, per aver messo a punto teoremi ed assiomi che mi facevano sembrare le lezioni di matematica e scienze interminabili e invalicabili. Eppure, solo quest’anno, ammetto di aver pensato che, forse, anche quelle materie tanto odiate mi mancheranno alla fine della scuola.
Mi è anche stato detto che “gli studenti del classico sono proprio noiosi” e questo non so giudicarlo: trascorriamo inevitabilmente il sabato sera a discutere di scuola, a contestare la realtà contemporanea, a sognare un domani diverso, a costruire un futuro migliore. Se ciò significa essere noiosi, allora lo siamo davvero e ne andiamo fieri. Ricorderò sempre con affetto questa scuola, che mi ha fatta diventare la persona che sono oggi, molto diversa dalla timida e insicura “me” di pochi anni fa. Credo proprio di poter dire ora, col senno di poi, che questi ultimi cinque anni siano stati quelli più belli. Questa scuola, con il tempo, è diventata la mia seconda famiglia: i corridoi mi hanno vista ridere e sognare, le aule mi hanno sentita parlare, pensare, a volte anche arrabbiarmi; le persone al loro interno mi hanno aiutato a crescere. Ho conosciuto tra i banchi alcuni degli amici più importanti della mia vita, che mi hanno insegnato a comprendere e ad amare il rapporto con l’altro e il diverso. Non dimenticherò mai i docenti che sono riusciti a farmi appassionare alla cultura umanistica, così tanto da convincermi a continuarne gli studi anche dopo il liceo, e i docenti che sono riusciti a farmi apprezzare anche le materie che mi sembravano così difficili da amare.
Questa scuola costituisce un pezzo di Storia importante nella mia vita e nel mio cuore che, come il greco Tucidide direbbe, sarà “possesso per sempre”.

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